giovedì 9 dicembre 2010

C'è anche Dio sul campo di calcio

Alcune riflessioni di Daniele Pighín, argentino, che per 14 anni ha giocato in Serie A.

31 ottobre 2010


Lo sport è un ambito nel quale anche Dio svolge un ruolo importante. Lo lascia intendere l’argentino Daniele Pighín, ripercorrendo la propria esperienza di 14 anni da calciatore professionista. Ha giocato in prima divisione, cioè in Serie A, nel Colón di Santa Fe, nel Gimnasia e nell’Esgrima di La Plata in Argentina, poi nell’Atlas di Guadalajara (Messico), e poi di nuovo in Argentina nel Rosario Central e nell’Estudiantes di La Plata.

È sposato da 20 anni con Marisa e ha tre figli: Sebastiano, Giacomo e Anna Chiara. Da anni, da quando faceva i gol in prima divisione, Daniele è soprannumerario dell’Opus Dei.

In questa intervista Daniele ci racconta episodi e riflessioni sulla presenza di Dio in campo o durante gli allenamenti; senza che tutti se ne rendano conto, Egli motiva e dà un senso all’impegno, e si rende presente nell’amicizia.


Com’è l’ambiente del calcio?

C’è di tutto, come in tutti gli altri ambienti. Ricordo un compagno, che oggi lavora come direttore tecnico di una squadra di calcio, che avevo invitato a una meditazione data da un sacerdote dell’Opus Dei e che alla fine – me lo disse lui stesso - si confessò. Mi ringraziò molto di averlo invitato. “Mi sono tolto un peso”, mi disse dopo.

Quando entrai nella camera ardente, trovai sua moglie che mi ringraziò molto di avergli parlato di Dio. Mi disse che glielo aveva raccontato lui stesso. Se non gliene avessi parlato io in quel ritiro, non avrebbe avuto nessun’altra possibilità.
Del periodo in cui giocavi ricordi qualche episodio del tuo apostolato, cioè di aver avvicinato a Dio i tuoi compagni?

Logicamente tutto comincia con l’amicizia. Nei ritiri che facciamo prima di una partita, si condivide la camera con uno dei compagni di squadra. È una splendida occasione per parlare di Dio o per raccomandare la lettura di un libro. Una volta ricordo di aver dato a un compagno un libro  di san Josemaría, non ricordo se “Cammino” o “Amici di Dio”. Più tardi, nel corso di una intervista, gli domandarono quale fosse il suo libro preferito ed egli menzionò proprio quello che gli avevo dato io.

Un’altra volta, quando giocavo nell’Estudiantes di La Plata, eravamo messi male e stavamo per retrocedere. Allora proposi ai miei compagni di squadra di andare tutti assieme da un mio amico sacerdote che avrebbe celebrato una messa chiedendo di evitare la retrocessione. Vennero tutti. Penso che quella messa sia stata di grande profitto per tutti, anche se poi purtroppo non abbiamo potuto evitare la retrocessione!

Ricordo anche che prima di una partita dell’Estudiantes contro il River, una partita importante che sarebbe stata teletrasmessa, la squadra andò in ritiro. Io dividevo la camera con un compagno più giovane, di circa 22 anni. Parlando, cercai di convincerlo ad avvicinarsi di più a Dio. Dopo un certo tempo, mentre il mio compagno ritornava da alcuni giorni passati in famiglia, il pullman nel quale viaggiava si ribaltò ed egli morì. Quando entrai nella camera ardente, trovai sua moglie che mi ringraziò molto di avergli parlato di Dio. Mi disse che glielo aveva raccontato lui stesso. Se non gliene avessi parlato io in quel ritiro, non avrebbe avuto nessun’altra possibilità. Questo mi ha fatto capire che Dio mette nelle nostre mani molte opportunità, e dipende da noi approfittarne.

Altre volte, quando giocavo in Messico, ero solito fare qualche romeria, cioè una visita a un santuario della Madonna recitando il Rosario, con i miei compagni di squadra e insieme assistevamo alle conversazioni di formazione spirituale. Fra loro c’era il portiere della squadra, che fu poi giudicato il migliore di quel campionato e in seguito fu allenatore della nazionale uruguaiana.


Come cercare la santità nello sport?

Bisogna essere degli ottimi professionisti, impegnarsi nel fare bene le cose e confidare in Dio. Essere professionale nell’allenamento, essere un buon compagno per gli altri, lottare per i diritti dei calciatori, sudare fino all’ultima goccia e stimolare gli altri, giocare ogni partita alla morte, per vincere. Questo era il mio lavoro: dare tutto.

In sostanza, devi fare molto bene le tue cose sapendo che, in definitiva, il successo sta nel dare il meglio di sé, anche quando il risultato è sfavorevole. Per esempio, il mio ruolo era quello di difensore centrale; ero molto deciso e determinato perché questo era il mio compito, e lo facevo con tranquillità e pace. Non regalavo nulla all’avversario, ma sempre con le migliori intenzioni.


In che cosa si nota lo spirito sportivo?
Bisogna essere degli ottimi professionisti, impegnarsi nel fare bene le cose e confidare in Dio.
La sportività consiste nel fare continui tentativi, nel perseverare, nel non scoraggiarsi, nel cercare di ribaltare una partita. Bisogna fare tutto quello che si può e il resto lasciarlo nelle mani di Dio. Per questo è necessario avere più visione soprannaturale, più presenza di Dio, sentirci suoi figli e puntare sulla speranza. Abbiamo bisogno di una grande fede, che sia tanto forte da farsi sentire in ogni momento, quando si lavora e quando si parla.


Quali virtù richiede lo sport?

Lo sport è un generatore di virtù. Virtù come l’amicizia, lo spirito di sacrificio, la sincerità, la gioia, la generosità, l’onestà, la fede... Se uno vuole esercitare la fede, ha occasioni continue di farlo. Nel calcio vi sono alcune cose che riescono perché uno sa come farle; ve ne sono altre che riescono perché Dio vuole che riescano. Per esempio, questo può succedere quando fai un passaggio che inaspettatamente arriva a un giocatore diverso da quello che in un primo momento avevi pensato e alla fine l’azione si conclude con un gol. Certe volte uno si rende conto che sono arrivati molti aiuti da lassù.

Naturalmente quanto ho detto finora non significa che sia convinto che Dio si interessi di calcio a tal punto da determinare il risultato delle partite; ma soltanto che grazie alla fede uno può darsi ragione di quanto accade sul campo, e quindi fare il suo dovere restando comunque sereno.

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