venerdì 28 dicembre 2012

Relazione convegno no194 - Albenga 15 / 12 / 2012


RELAZIONE CONVEGNO NO 194 ALBENGA 15/12/2012




RELAZIONE SUL CONVEGNO  DEL 15/12/2012 SEMINARIO VESCOVILE DI ALBENGA (SV)

“FERMIAMO LA SOPPRESSIONE LEGALIZZATA DEI CONCEPITI (NO 194)”

Intervento CAV. M. MAZZONI :

Dal ’78 ad oggi abbiamo avuto 6 milioni di esseri umani che non sono nati, come Cattolici è un dovere religioso e morale, non guardiamo a movimenti politici, ma raccogliamo le  firme senza se e senza ma.

Intervento Dott. G.ROCCHI :
magistrato della Corte di Cassazione

Viene introdotta la parte legislativa, la legge è stata fatta male, la vera sostanza della 194 facendo riferimento ad un evento in cui un Medico è stato condannato dalla Cassazione per mancato aborto di una bambina Down.
Viene letto il passaggio in cui – viene riconosciuto il danno ai fratelli – evitabile ma caratterizzato dalla condizione del figlio meno fortunato.
Ma si evidenzia il fatto che questa legge è più propensa ad avere pochi figli sani, che succhiano il tempo ai genitori, i quali non debbano avere preoccupazioni, e dedicare meno tempo in quanto vedi lo studio di due nostri cervelli all’estero (Giubilini e Minerva), dal titolo “Aborto post nascita,” in cui in  questo studio si parla  della nascita di un feto non sano. Nascono in funzione di tenersi il bambino, anche se è vero crescere (questo) sarebbe uno sforzo insopportabile.
“Come abbiamo potuto permetterci di arrivare a questo punto?”
“ Il disabile è la minaccia in questa nostra società?”
Abbiamo chiuso gli occhi fino ad ora è meglio che li riapriamo, ora per la 194 dal ’78 ad oggi abbiamo avuto 6 milioni di non nati.
Segnala un passaggio dell’Art.1, lo Stato, la tutela della vita umana sin dall’inizio.
Il padre non conta assolutamente nulla, egli deve salvare la vita dei suoi figli, ed il padre a volte non viene neanche informato se il bambino è malato, il bambino non c’è (i.v.g.) cercano di nasconderci la sentenza.  
L’Aborto è sempre possibile in realtà dopo due o tre settimane la donna ha diritto di abortire anche con il medico di fiducia.
L’efficienza dello  Stato in questo è molto solerte, nessuno non può opporsi a tutto ciò, nessuno può impedire alla donna di abortire.
Salute psico-fisica della donna quindi per Lei è già sufficiente per avere il certificato per abortire.
Le diagnosi pre natali non sono certe, esse sono migliorate maggiormente nella ricerca di analisi che il feto debba essere sano, sembra che invece ricerchino qualche anomalia.
Ad oggi 245 ragazzine hanno abortito, dal 2009 ad oggi 1293 donne erano al quinto aborto legale, 50 mila aborti clandestini l’anno (più straniere che italiane).
Ogni anno vengono uccisi bambini alla (22°.a) settimana; Sanzione penale? Nessuno può mandare la donna in carcere.
Come viene perseguito l’aborto volontario fuori dalle regole, da o a sei mesi e 51€ di multa, oppure 4 mesi a due anni se uccidi un cane senza necessità, ma se rischi di uccidere un bambino paghi 51€.”Come abbiamo permesso di arrivare a questo punto?”
L’Aborto Eugenetico se non l’abbiamo fatto fino ad ora, dobbiamo cercare di farlo adesso.

Intervento DR. C.VALLEGA :

Analizza due metodiche, una chirurgica ed una farmacologia, in quella farmacologia si ha l’assunzione della pillola RU 486, l’effetto è di bloccare i recettori del progesterone in cui non si ha più l’effetto ormonale.
La procedura (tempo massimale 6-7 settimane – 50 gg.) supportato da referto del medico di famiglia se non è obbiettore, il tutto è basato su le dichiarazioni della donna. Passati i sette giorni la Paziente ha meditato, porta il certificato in ospedale, viene prenotata a fare l’eco, le analisi del sangue, e l’RH, in cui l’embrione potrebbe prendere delle sostanze in quella gravidanza successiva.
Dopo la donna va a casa ed il giorno dopo prende una compressa di prostaglandina (la digitale dell’utero), e quindi può espellere il prodotto, dopo avere controllato la donna si dice di ritornare successivamente per un controllo.
L’altra quella chirurgica, in cui si ha il test iniziale, prenotazione in ospedale, aprire una cartella clinica, esami più ampi, colloquio con l’anestesista.
Day-sorgery, anestesia generale, inserimento di una canula collegata ad un aspiratore, dpo si controlla l’emostasi, ed il mattino successivo può essere dimessa.
Rischi di anestesia e chirurgici sono ad esempio la rottura dell’utero, in cui bisogna sempre tenere conto, di complicanza post-chirurgica.
Non si parla mai della parte psicologica, la Paziente di riflesso ha un comportamento spavaldo, molto spesso questa esperienza non si dimentica, è impossibile cancellare questa situazione. Quindi necessita una possibilità di supporto tecnico, in cui ha un g.rosso peso nella vita successiva.
Dal ’76 al 2000 ha lavorato al Galliera di Genova, ha fatto 3000 ammiocentesi, non scevra da sue crisi personali.
 Si è trovato molte volte in crisi personale, a volte si trovava nelle condizioni di fare una cosa contro ai suoi principi (ad es. terapie endouterine), era nota al Centro Dawn di Genova, in cui ha avuto in numerose famiglie Dawn, che è arrivata una serenità alle famiglie in modo inaspettato dove queste vivevano in modo solare e hanno dato molto alla famiglia in se, diventando un collante per Essa in modo solido e definitivo.

Intervento Dott.M.E.DURANTE :

E’ in linea dal dal punto di vista legislativo, è d’accordo di abrogare l’Art.4 e 5, questa iniziativa quasi poetica del Dr. Vallega crea motivi di coesione tra gli altri fratelli e sorelle, attività filantropiche di questo evento culturale e morale appunto è stato digerito senza rigurgito dal popolo italiano. Oggi è una problematica che è zero sotto tutti gli aspetti da quelli mediatici a quelli di studio.
Non sappiamo vedere quanti soldi arrivano veramente da queste Onlus.
Oggi l’Aborto al pubblico costa 500€ (3 milioni 800 mila nel 2010 solo in Toscana), molti di più nella complessità delle Regioni prese singolarmente.
Questi sono i costi diretti, non vediamo i costi indiretti, quindi sono i costi anche per gli anti abortisti, (vedi i cattolici), dobbiamo cercare di lavorare come Maketing Sociale, cioè portare avanti le nostre idee, ed essere fuori dai partiti politici, e fuori dai finanziamenti pubblici.
Abbiamo male assorbito il male della politica.

Intervento Dott. F.LASTEI :

Analisi del concetto di persona, in tutto questo tempo non abbiamo parlato, non abbiamo visto, (vedi le sentenze del 18/02/75 e 22/05/78) abbiamo vissuto una storia del relativismo del mondo cattolico.
Terzo elemento “Aborto ed Eutanasia sono i due nemici della FEDE, si ha lasciato il POVERO CATTOLICO DA SOLO, vedi il movimento della Democrazia Cristiana non si è fatta l’analisi del Buono e del Cattivo.
La Corte Costituzionale (vedi il cavillo dell’Art.456) antepone il bene fondamentale – la Vita ed il bene sommario per una persona), non siamo fatti per un minimo male ma solo per il bene.
I Cattolici di oggi sono incapaci di reggere il confronto dai progressisti – relativisti, la perdita nel nome dell’ermemeneutica si è andati alla rincorsa assiomatica e discontinuità dell’ermeneutica anche pastorale, non è più legge ma abnegazione di una norma.
Quasi 35 anni di 194 hanno fatto tanti di quei danni (periodo catastrofiico ’81) oggi paghiamo le deficienze enormi, questo spirito compromissorio noi dobbiamo avere due cose :
“DOTTRINA DI CHIAREZZA” e “NO LICEITA’” e procedere fermamente in questo senso, l’ABORTO E’OMICIDIO SEMPRE.
Oggi noi siamo gli unici baluardi di questo momento, fa presente di una donna che era stata violentata e non voleva abbandonare il futuro concepito, perché era l’altro semmai da abbandonare.

Intervento AVV.P.GUERINI :

Ringrazia gli organizzatori, questa iniziativa è partita a Luglio2009,
VOLONTARIATO- POLITICA LEGISLATIVA-ABBROGAZIONE L.194-
L’aborto è un’evento letale quindi da abrogare assolutamente in cui sono da configurare in due linee :

La prima in cui la donna ha il diritto di vita e di morte
Oppure operare a tutela del diritto di nascita.
Qualunque tipo di pericolo Art.54 C.P., quella fattispecie viene a tutela anche prima della legge 194 del ’78, anche abrogando questa rimarrebbe nell’ordinamento giuridico.
Gli articoli 54 e 52 non verrebbero mai abrogati, in cui ci sarebbero cinque posizioni, dove quattro si potrebbero fermare, esempi di seri contraddittori, perché gli aborti clandestini ci sarebbero sempre.
L’Art. 12 (Aborti del minore), anche questi sono aborti occulti, condotta non sanzionabile, quindi non è grave, l’aborto è come togliere un dente.
L’Aborto è un’evento gravissimo, la legge non è importante, nessun parlamentare non ha depositato alcuna modifica o altro per la legge 194, dove la capacità giuridica del concepito metterà  in condizione assurda la maggioranza di membri, quindi non si riuscirà alla nostra quinta posizione che è quella dell’abrogazione definitiva cioè bay-passando il Parlamento.
Quindi vi è il supporto delle varie Associazioni pro-life, è molto difficile che tutti siano d’accordo noi siamo 13 mila iscritti a livello nazionale, la nostra Associazione vive una situazione tragica, da una parte la coscienza dei cittadini cattolici e non cattolici, il primo risultato l’abbiamo ottenuto vedi i pro-life, il secondo dal 2014 potremo raccoglire le fatidiche 500 mila firme. SE SI RIESCE ALLA RACCOLTA DI FIRME SI APRIREBBE UN DIBATTITO NEL PAESE.-


martedì 4 dicembre 2012

PRODURRE UN LITRO DI BENZINA COSTA 3 CENTESIMI, MA L'AUTOMOBILISTA ITALIANO PAGA 2 EURO: TI SEI MAI CHIESTO PERCHE'? (AD ES.: FRANCIA 1.70, SPAGNA 1.40, USA 0.70)





PRODURRE UN LITRO DI BENZINA COSTA 3 CENTESIMI, MA L'AUTOMOBILISTA ITALIANO PAGA 2 EURO: TI SEI MAI CHIESTO PERCHE'? (AD ES.: FRANCIA 1.70, SPAGNA 1.40, USA 0.70)
Il caro benzina è imposto dall'arbitrio assoluto con cui operano lo Stato (le tasse incidono oltre il 50%), le dittature islamiche e gli speculatori finanziari (circa il 35%) e le industrie petrolifere (10%)
di Magdi Cristiano Allam
Se c'è un soggetto che più di altri evidenzia l'intreccio tra la dittatura finanziaria che si sta imponendo nell'Europa dell'euro e la dittatura islamica che si afferma facendo leva sul petrolio e sui fondi sovrani, è il costo della benzina. E' un intreccio insito nella sua stessa struttura e che si riassume nello stratosferico balzo da 3 centesimi di produzione industriale di un litro di benzina a 2 euro richiesti al consumatore.
La rendita corrisposta ai Paesi produttori e soprattutto la speculazione in borsa fa schizzare il costo a 70 centesimi, mentre le tasse dello Stato tra accise e Iva rappresentano un aggravio ulteriore di 1,051 euro. Complessivamente nel passaggio dal costo di produzione al costo al consumatore si registra un incremento del 6567% , dove le tasse determinano un aumento del 3400%, mentre la rendita ai produttori e la speculazione finanziaria costituiscono un aumento del 2233%!
Il costo della benzina assurge ad emblema dell'arbitrio assoluto con cui operano in modo sostanzialmente connivente lo Stato che impone tasse che incidono per circa il 55%, i Paesi produttori e gli speculatori finanziari che determinano il prezzo internazionale della materia prima detto Platts che incide per circa il 35%, le industrie petrolifere il cui margine lordo di guadagno è di circa il 10%.
Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, spiegò in un articolo di Vittorio Carlini sul Sole24ore del 2 marzo 2011, che un greggio di buon livello ha un costo industriale di estrazione di circa 3 dollari al barile. Aggiungendone 2 per il trasporto e 3 per la realizzazione dei diversi derivati, si arriva a 8 dollari al barile che significa un prezzo di 3 centesimi al litro. Ebbene avere un costo iniziale di 3 centesimi ed esigere 2 euro dal consumatore significa operare al di là di qualsiasi logica di mercato, di rapporto tra domanda e offerta: di fatto è un furto legalizzato ai danni dei cittadini, un'estorsione di Stato a cui non possiamo sottrarci dopo essere stati persuasi attraverso un lavaggio di cervello che il possesso dell'automobile è sinonimo di libertà personale e, in ogni caso, siamo calati in un sistema di trasporti dove siamo prevalentemente costretti a impiegare l'automobile. Non è un caso che subito dopo le entrate fiscali dalle dichiarazioni dei redditi, le tasse sulla benzina sono la seconda fonte con cui si alimentano le casse dello Stato.
Così come non sorprende che proprio il governo Monti, l'incarnazione della speculazione e della dittatura finanziaria, ha sia aumentato le accise di circa 12 centesimi sia annunciato l'intensificazione dello sfruttamento delle riserve di petrolio e gas per soddisfare il 20% della domanda interna rispetto all'attuale 10%. In Italia si estraggono circa 80.000 barili al giorno e 15 miliardi di metri cubi di gas in una serie di pozzi disseminati in Sicilia, Basilicata, Abruzzo, Emilia, Piemonte.
Ebbene ovunque si estragga o si raffini il petrolio si sono già prodotti dei danni ambientali incalcolabili, in termini di inquinamento della terra, delle falde acquifere e dell'atmosfera, con serissimi danni alla salute degli italiani, in particolare la crescita vertiginosa dei tumori e delle malformazioni dei neonati. In aggiunta al fatto che quei territori finiscono per perdere la ricchezza originaria dell'agricoltura o del turismo mentre la popolazione sprofonda nella povertà. Basti guardare alla Basilicata: sulla carta è potenzialmente la regione più ricca d'Europa avendo i più ingenti giacimenti petroliferi sulla terraferma; di fatto è la popolazione tra le più misere d'Italia e d'Europa.
Se di ciò dobbiamo ringraziare principalmente l'Eni che sta depredando impunemente l'ambiente come se l'Italia fosse una colonia di serie C, è dal dopoguerra che l'Eni ci ha imposto l'alleanza con le dittature islamiche costringendoci a chiudere entrambi gli occhi sul rispetto dei diritti fondamentali della persona. Ed è così a tutt'oggi ad esempio in Nigeria dove assistiamo inerti alle stragi dei cristiani proprio per non creare problemi agli interessi petroliferi dell'Eni.
Ecco perché è arrivato il momento di scegliere tra la sottomissione alla duplice dittatura finanziaria e islamica e, in parallelo la compromissione della nostra salute e la perdita del nostro patrimonio ambientale, agricolo e turistico, oppure riscattare i nostri diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà affrancandoci dalla tirannia del petrolio, del gas e del costo della benzina.
 
Fonte: Il Giornale, 27/08/2012

sabato 1 dicembre 2012

Grazie Alberto.

 Voglio ringraziare l' amico, Dott. Alberto Rosselli, direttore responsabile della  testata bimestrale "Storia Verità" , per avermi fatto omaggio di una copia della rivista e del  suo ultimo libro " L' Ultima Colonia"
casa editrice Nuova Aurora. Che tratta la guerra in Africa orientale tedesca, 1914 - 1918 .




lunedì 26 novembre 2012

Nella crisi generale c'è un settore in crescita: le rimesse dei migranti

di REDAZIONE
C’e’ un settore dell’economia mondiale che non conosce la crisi: e’ quello delle rimesse dei migranti che quest’anno, secondo un rapporto della Banca Mondiale, dovrebbero superare le stime, soprattutto per quel che riguarda i paesi in via di sviluppo. Su un totale di rimesse che quest’anno dovrebbero toccare i 534 miliardi di dollari, le economie emergenti assorbiranno un flusso pari a 406 miliardi, con un incremento del 6,5 per cento rispetto all’anno precedente. Per il 2013 la crescita prevista per questi paesi e’ del 7,9 per cento, quindi del 10,1 per cento nel 2014 e del 10,7 per cento nel 2015, quando i Pvs dovrebbero assorbire 534 miliardi di dollari su un totale di 685 miliardi.
Tuttavia, nonostante la crescita dei flussi di rimesse verso i paesi in via di sviluppo, ci sono paesi piu’ colpiti di altri dalla crisi economica globale, soprattutto in Europa, in Asia centrale e nell’Africa sub-sahariana mentre il Sud est Asiatico, il Medio Oriente e il Nord Africa potrebbero registrare flussi migliori di quanto stimato in precedenza. In termini economici i principali destinatari delle rimesse ufficialmente registrate per il 2012 sono India (70 miliardi), Cina (66 miliardi), Filippine e Messico (24 miliardi ciascuno), e Nigeria (21 miliardi). Altri destinatari di flussi consistenti sono Egitto, Pakistan, Bangladesh, Vietnam, e Libano.
Diversa la situazione se si considera il peso delle rimesse sul Pil: in questo senso la percentuale piu’ alta di incidenza sulle rimesse nel 2011 si e’ registrata in Tagikistan (47 per cento), Liberia (31 per cento), Kirghizistan (29 per cento),
Lesotho (27 per cento), Moldova (23 per cento), Nepal (22 per cento), e Samoa (21 per cento).
“Anche se i lavoratori migranti, in larga misura, risentono l’influenza negativa della crescita lenta dell’economia mondiale, i volumi delle rimesse hanno resistito fornendo un’ancora di salvezza fondamentale non solo per le famiglie povere, ma una fonte costante e affidabile di valuta estera in molti paesi beneficiari”, ha detto Hans Timmer, direttore del Dipartimento per le prospettive allo sviluppo della Banca Mondiale. La divergenza di flusso si riscontra soprattutto fra quelle regioni e quei paesi con un gran numero di migranti nei paesi esportatori di petrolio: se questi ultimi continuano a registrare una forte crescita dei flussi di rimesse diverso e’ l’andamento rispetto a quei paesi che hanno in gran parte lavoratori migranti concentrati nelle economie avanzate, in particolare in Europa occidentale.


Fonte: http://www.lindipendenza.com/nella-crisi-generale-ce-un-settore-in-crescita-le-rimesse-dei-migranti/

giovedì 22 novembre 2012

STOP EQUITALIA TOSCANA

"L'ATDC (Associazione Toscana a Difesa dei Consumatori), il cui sito è www.toscanaconsumatori.it, rende noto che da oggi è attiva una sezione apposita, volta a contrastare l'iniziativa di Equitalia Spa Agenzia di Lucca, di inviare alle fami...
glie lucchesi - peraltro già soffocate dalla crisi economica in atto - le migliaia di cartelle e avvisi di pagamento per debiti molto vecchi e risalenti anche agli anni '90 , che sono con tutta evidenza orami PRESCRITTI.

Riteniamo che questa iniziativa da parte di Equitalia spa sia volta a recuperare debiti orami ampiamente prescritti e a cercare pagamenti non dovuti da parte dei cittadini che possono aver perso vecchie ricevute di pagamenti già effettuati nel passato.

l'ATDC ha creato pertanto una Pagina Facebook intitolata STOP EQUITALIA TOSCANA e una email apposita (stopequitalia@yahoo.it), presso cui contattare il nostro Staff, per verificare se vi sono i margini di impugnazione davanti all'Autorità Giudiziaria, delle cartelle di pagamento e/o degli estratti di ruolo, per DEBITI PRESCRITTI.

L'ATDC fa sapere che la consulenza sarà gratuita, e sarà effettuata dai professionisti dell'Associaizone stessa, che hanno già patrocinato cause contro Equitalia Spa relative alla dichiarazione della prescrizione delle cartelle di pagamento.
In caso di parere positivo, il cittadino potrà così eventualemnte rivolgersi all'Autorità Giudizairia competente a seconda della natura del tributo (Commisisone Tributaria, Giudice di Pace o Tribunale del Lavoro), per far annullare la cartella o far dichirare prescritto il ruolo."


Con pregheria di pubblicazione

STOP EQUITALIA TOSCANA

(Per eventuale contatto telefonico 349-1337526)
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sabato 17 novembre 2012

Alla Camera bruciano la contabilità. A noi Equitalia chiede i soldi di 20 anni fa



Alla Camera bruciano la contabilità. A noi Equitalia chiede soldi di 20 anni fa


di CLAUDIO ROMITI
Leggo su L’Indipendenza che per consuetudine italiota i capigruppo della Camera, oltre ad avere piena autonomia nel modo di spendere i ricchi contributi estorti a Pantalone, una volta concluso il loro mandato gettano nel cassonetto dei rifiuti l’intera contabilità, peraltro basata normalmente su una rendicontazione a dir poco ridicola. Ma una pari opportunità non è affatto concessa ai comuni mortali, soprattutto se lavoratori indipendenti, ai quali è fatto obbligo di trasformarsi per anni e anni in una sorta di archivi ambulanti, con la prospettiva ben poco allettante di vedersi recapitare tra capo e collo una qualche vessatoria contestazione da parte della famelica Equitalia. Contestazione spesso basata su errori formali, del tipo “la virgola è spostata troppo a sinistra di 0,01 millimetri”.
A tale proposito, proprio alcuni giorni orsono mio fratello, con il quale una ventina di anni addietro gestivo una impresa familiare, mi ha telefonato molto allarmato a causa di una perentoria richiesta di danaro -circa 300 euro- per un presunto ritardato pagamento dell’Irpef risalente, udite udite, addirittura al 1993, ossia prima ancora che Berlusconi scendesse in campo. Ma per ammantare di una qualche parvenza di legalità tale pretesa, la ben poco popolare struttura pubblica di esazione ha fatto riferimento ad una precedente notifica, peraltro datata 2001; ossia ben 11 anni orsono. Tant’è che, onde evitare l’esborso di una sanzione che all’inizio della fiera era di qualche spicciolo, si invita il malcapitato contribuente a presentare in uno dei tanti sperduti uffici della sterminata amministrazione fiscale le eventuali ricevute di pagamento.
Ora, al di là di questa ennesima storia di ordinaria follia burocratica, la vicenda segnala ancora una volta alcune insopportabili caratteristiche di un sistema destinato a trascinarci tutti nel baratro del fallimento. In primis, per chiunque abbia gestito in proprio una qualche attività privata, pure se cessata da parecchi lustri, resta in forse la certezza dei redditi conseguiti a suo tempo, semprechè non si abbia addirittura chiuso qualche annualità in perdita. Sotto questo profilo nessun antico contribuente chiamato all’autotassazione può mai dormire sonni tranquilli: la macchina infermale di Equitalia potrebbe in qualsiasi momento rispolverare una antica mancanza, vera o presunta, condannando il “reo” a sborsare somme senza alcun limite ragionevole, chiamandolo in alternativa ad esibire documenti risalenti alla Guerra del 15/18. E questa sorta di incertezza retrattiva della sanzione, lo capirebbe pure il keynesiano più incallito, rappresenta un formidabile disincentivo ad intraprendere una qualsiasi forma di attività imprenditoriale di mercato; soprattutto per chi ha già avuto modo di saggiare i gironi infernali della prassi fiscale di questo disgraziatissimo Paese.
In secondo luogo, tutto ciò dimostra -se ce ne fosse ancora bisogno- che quella specie di mostro che chiamiamo Stato e le sue leve di comando politico-burocratiche non si fanno più alcuno scrupolo nel raschiare il fondo di un barile oramai ridotto ad un colabrodo. Pur di raccattare il maggior numero di risorse, onde alimentare una macchina pubblica impazzita, i paladini dell’equità burocratica -quella che ti manda per stracci, tanto per intenderci- si attaccano a qualunque errore formale di antica memoria, vero od inventato che sia. L’importante è rapinare ciò che resta nelle tasche di chi, magari per un errore di gioventù, ha osato anche per poco tempo far parte di quella sfortunata schiera di produttori privati, nati ahiloro nel posto sbagliato.  Un Paese che incontra un ex-imprenditore e con qualunque trucco gli estorce altri soldi su un reddito d’antan, è un Paese morto.  Non credo vi sia altro da aggiungere.

http://www.lindipendenza.com/

venerdì 16 novembre 2012

Grillo non è liberale, ma è meglio dei partiti storici

di FABIO CINTOLESI Da qualche tempo, anche su queste “pagine”, si fa un gran parlare di Beppe Grillo e del suo movimento. Dato che il sottoscritto fa parte di un meetup (così si chiamano i gruppi locali di questo movimento) oramai dal 2007, credo di essere persona che ha qualche titolo per scrivere della cosa; sicuramente più di molti che in quest’ultimo periodo hanno parlato di cose che conoscono appena o non conoscono affatto. Intanto, la prima considerazione: Beppe Grillo non è un liberale, tantomeno un liberista. La cosa positiva è che non ha la pretesa di esserlo o di raccontartelo. Chi scrive non è innamorato di Grillo; però gli riconosce il merito, unico tra i vari leader politici, di non aver partecipato al sacco di questo Paese. E scusate se è poco.
Il problema è che nell’attuale panorama politico, di liberali (a fatti e non a chiacchiere) non se ne vede manco l’ombra. Tanto per dire: l’unica battaglia liberale che si è vista in Italia negli ultimi cinque anni (la raccolta di firme per i referendum per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai giornali e dell’ordine dei giornalisti) è stata fatta da uno che non ha la pretesa, come ho detto prima, di essere un liberale. Dove fossero su questo e su altri temi i libberali de noantri non è dato sapere, ahimè. Un altro merito (liberale?) che conferisco a Grillo è quello di aver attratto verso l’attività politica tantissimi giovani. Gente attiva, attenta e motivata. Ovviamente c’è la cima e quello meno dotato, ma niente a che vedere con i “giovani” dei partiti “tradizionali”; quasi sempre dei veri e propri cloni dei propri dirigenti. A questo va aggiunto l’uso preponderante della rete per la diffusione del proprio messaggio politico. Questi due aspetti porteranno, se già non lo stanno facendo, ad uno “svecchiamento” (non solo generazionale, ma anche culturale) della politica in Italia. Di questo, a mio avviso, beneficeranno anche i giovani liberali che militano nei vari partiti, spesso non persuasi della necessità di liberarsi di tutta una serie di vecchie cariatidi, per poter finalmente iniziare una fase nuova e, speriamo, autenticamente liberale. Anche perché, chi ti ha portato al disastro non può essere la stessa persona che risolverà i problemi.
Un altro merito che si può senza tema di smentita attribuire a Grillo è quello di non aver creato l’ennesimo partito “padronale”, ma un movimento “in franchising”. I partiti della seconda repubblica, si sono tutti distinti per l’essere diretta emanazione di leader che, oltre che esserne fondatori, sono dei veri e propri padroni assoluti dei rispettivi orticelli più o meno grandi. Il potere intermedio, dei vari ras locali, non deriva dall’appoggio della base, ma dal favore conferito dal “sovrano” al feudatario di turno. E questo meccanismo si ripete a scendere, dai “colonnelli” fino all’ultimo caporale. All’interno di queste strutture i singoli che fanno eccezione sono ben pochi, mentre l’unico partito “plurale”, come il PD, appare più come un aggregato di signorie feudali, che non una struttura con un grado di democrazia interna accettabile.
La struttura del movimento di Grillo, invece, condivide con gli altri partiti solo la genesi, cioè la risposta di un gruppo di persone ad un leader autoproclamato. Per il resto, siamo su un altro pianeta. Beppe Grillo offre un marchio (le famose cinque stelle) e richiede ai gruppi locali che si formano sul territorio di onorare le indicazioni programmatiche (la carta di Firenze) e le norme statutarie (il cosiddetto non-statuto).
Mi si obbietterà che Grillo è il padrone del marchio. Vero, ma essendone il legittimo proprietario esercita semplicemente il suo diritto di proprietà. La vera novità è che Grillo non interferisce mai o quasi negli affari interni dei vari meetup. Men che meno si preoccupa di avere uomini di propria fiducia in ogni singolo consiglio comunale o in ogni singola lista. Dico questo perché ho potuto verificarlo di persona. Persino nei casi di problemi interni (si sa, le liti accadono anche nelle migliori famiglie) gli interventi di Grillo e del suo staff sono fatti col contagocce e controvoglia. Anche di questo sono testimone oculare. Questo è, in ultima istanza, il vero motivo per cui Grillo può rinunciare ai finanziamenti pubblici per i partiti. Non già grazie all’uso della rete, o meglio, non solo grazie a quello; ma soprattutto, a mio avviso, perché questa struttura “in franchising” non costringe a mantenere costose burocrazie di partito dedite alla trasmissione del volere del centro verso la periferia del partito; praticamente a far da eco alle esternazioni quotidiane del capo.
La vittoria del Movimento Cinque Stelle alle ultime elezioni amministrative ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che il finanziamento pubblico ai partiti non è necessario all’attività di una forza politica, ma anzi è l’ostacolo principale alla loro democratizzazione interna. Ma forse divago. Se questo assetto del movimento di Grillo verrà mantenuto o ci sarà un’involuzione verso una forma più simile ai partiti attuali non è dato sapere. Questa è l’attuale connotazione organizzativa di questo movimento. Può essere criticata quanto si vuole ma, per usare il motto di Einaudi, è sempre meglio conoscere per deliberare.
Per quanto riguarda il programma politico, e soprattutto la sua parte economica, la critica a Grillo di non avere un programma economico serio credo possa essere condivisibile. D’altronde non si sa chi possa dire di avercelo. Non ce l’hanno i partiti e men che meno il governo o la commissione europea. Forse la BCE, ma anche qui nutro qualche dubbio. Le dichiarazioni estemporanee di Grillo, tese a cercare consenso fiutando di giorno in giorno l’umore del pubblico, dicono tutto e il contrario di tutto. Un giorno nel blog viene ospitato Bruno Tinti, discutibile alfiere della lotta all’evasione fiscale; dopo pochi giorni lo stesso Grillo tuona contro chi dice che se tutti pagassero le tasse si risolverebbero i problemi, neanche si ispirasse al buon Leonardo Facco.
In questa ridda di dichiarazioni si fatica a ritrovare un tratto comune, se non la rabbia urlata (a ragione) contro la casta. Prima di cimentarsi in critiche o filippiche, credo sia meglio molto semplicemente leggersi il programma (che su questo giornale è stato analizzato da Stefano Magni).  E’ un po’ lungo e, per quello che mi concerne, raramente i programmi molto lunghi troveranno attuazione, anche parziale. Se qualcuno avrà la voglia di leggerlo, converrà con me che non è un programma liberale. La domanda che pongo al paziente lettore è questa: questo programma è meno liberale dei programmi (e soprattutto della prassi) degli altri partiti?
Al di là dei programmi, i segnali che colgo dall’interno del movimento spesso non sono univoci. Sono presenti le consuete ideosincrasie anticapitalistiche, ma non più di quanto siano presenti in tutta la società italiana. Ad esempio, poche settimane fa ho avuto occasione di dibattere con due consiglieri provinciali del PdL sui temi della tassazione: avrei avuto difficoltà a distinguerli da esponenti della sinistra comunista o ex comunista. Va detto comunque che non c’è una matrice ideologica cristallizzata al punto da impedire un dibattito sulle migliori soluzioni da adottare di volta in volta per problemi specifici. Prevale un certo livello di pragmatismo, almeno tra i componenti del movimento che ho avuto occasione di incontrare.
Accanto alla mobilitazione per l’acqua pubblica o contro il nucleare, molte liste locali (compresa quella di Sarego che ha eletto il primo sindaco grillino d’Italia) hanno messo nero su bianco la volontà di far gestire lo smaltimento dei rifiuti ad una società privata (e trovatemi qualcuno che ha proposto di privatizzare questo servizio). Non c’è una visione chiarissima su cosa sia “pubblico” e cosa sia “privato”. Si scambiano le società per azioni di proprietà comunale per società private, confondendo l’essere enti di diritto privato con l’assetto della proprietà. Si parla di acqua pubblica, ma non si sa se in mano dello Stato, dei comuni o di società ad azionariato diffuso. Ma anche questa confusione di termini e concetti è un problema che si riscontra un po’ in tutti gli strati della società civile e ci vorranno anni, se mai sarà possibile, per sanare i danni di un’informazione ed una cultura collettivista predominante che (in omaggio al dettato gramsciano) ha bombardato le menti di tanta, troppa gente con l’idea che il libero mercato sia il problema e l’intervento dello Stato la soluzione.
Data la forza che sta assumendo, sempre di più, questo movimento sarà oggetto di critiche, comprese quelle di chi pensa di fermarlo; come se il problema non fosse di fermare questa partitocrazia corrotta, predona ed ignorante che ci sta portando velocemente al collasso economico. Gente da associare alle patrie galere e non da invitare ai dibattiti pubblici. Perché chiedere ai nostri interlocutori della propria condotta morale riguardo all’uso dei nostri soldi non è atto illiberale ma di mero buonsenso. Credo siano da evitare le critiche a prescindere, tenendo presente che molte di queste persone è gente per bene e che è meglio interloquire con persone in buona fede, anche se con idee diverse dalle tue, piuttosto che dialogare con soggetti privi di qualsiasi scrupolo morale travestiti da illusori liberali. Le critiche immotivate, poi, accentuano quel senso di “accerchiamento” che talvolta può colpire questi movimenti, finendo per innescare meccanismi di autodifesa basati sull’autoriconoscimento dei propri membri come “puri”, contrapposti agli “impuri” al di fuori. Un settarismo deleterio ed esiziale da cui questo movimento per adesso è stato piuttosto immune.
Al di là del dialogo e del confronto, alcune battaglie del Movimento Cinque Stelle potrebbero essere tranquillamente sostenute da ogni liberale: dall’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali ed ai partiti, all’abolizione delle province, fino all’abolizione dell’ordine dei giornalisti ed all’abolizione del CIP6, cioè degli incentivi agli inceneritori (una battaglia meritoria che potrebbe benissimo accomunare chi vuole meno tasse e chi vuole tutelare l’ambiente e la nostra salute).
Insomma, luci ed ombre; affinità e divergenze…
Fonte: http://www.lindipendenza.com/meetup-grillo-politica/

mercoledì 14 novembre 2012

Libia, denuncia di Amnesty International "Stranieri sottoposti ad abusi e sfruttamento"

13.11.12
In un nuovo documento diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato che in Libia i cittadini stranieri privi di documenti di soggiorno rischiano sfruttamento, detenzioni arbitrarie e a tempo indeterminato, pestaggi e, in alcuni casi, anche la tortura.  

Amnesty - Il documento, intitolato "Siamo stranieri, non abbiamo alcun diritto" e basato su una serie di visite effettuate da Amnesty International in Libia tra maggio e settembre, descrive la sofferenza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel paese nordafricano. Durante i 42 anni di regime del colonnello Gheddafi, i cittadini stranieri - specialmente quelli provenienti dall'Africa subsahariana - avevano vissuto nell'incertezza di politiche mutevoli e nel timore di essere arrestati arbitrariamente, finire in carcere a tempo indeterminato e subire torture.

La loro situazione è peggiorata dopo il conflitto del 2011, nel clima generale di assenza di legalità in cui potenti milizie armate continuano ad agire al di fuori della legge. Le autorità non contrastano il razzismo e la xenofobia, alimentati ulteriormente dalla percezione, assai diffusa tra i libici, che il deposto governo abbia usato "mercenari africani" per stroncare la rivolta.

"È una vergogna che le violazioni dei diritti umani dell'epoca di Gheddafi ai danni dei cittadini stranieri, specialmente quelli di origine subsahariana, non solo siano proseguite ma siano persino peggiorate. Le autorità libiche devono riconoscere quanto siano gravi e diffuse le azioni delle milizie e prendere misure per proteggere tutti i cittadini stranieri dalla violenza e dagli abusi, a prescindere dalla loro origine o dal loro status" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Abbiamo ripetutamente avvisato le autorità libiche della minaccia posta dalle milizie. Sollecitiamo nuovamente il governo a metterle sotto controllo e a chiamarle a rispondere delle loro azioni, ad adottare provvedimenti concreti contro il razzismo e la xenofobia e a tener conto di quanto la Libia dipenda dal lavoro dei migranti" - ha aggiunto Sahraoui.

In Libia, i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati rischiano di essere arrestati in casa, in strada, nei mercati o ai posti di blocco. Alcuni vengono fermati mentre cercano di imbarcarsi per l'Europa o di attraversare il deserto. A effettuare la maggior parte degli arresti non sono le forze di polizia, ma le milizie armate che a volte agiscono con violenza, sequestrando telefoni, soldi e altri beni di valore.

I cittadini stranieri sono inoltre esposti all'estorsione, allo sfruttamento e al lavoro forzato sia dentro che fuori i centri di detenzione. La loro sorte dipende in larga parte dalla fortuna e dalla buona volontà dei libici in cui s'imbattono.

I cittadini stranieri sono detenuti in varie strutture, compresi i centri ufficiali di "trattenimento" per i migranti irregolari così come siti improvvisati quali hangar o basi militari.

Tra maggio e settembre 2012, Amnesty International ha visitato nove centri di detenzione in tutta la Libia nei quali, nel periodo in questione, si trovavano circa 2700 cittadini stranieri, tra cui donne incinte, madri coi loro figli piccoli e minori non accompagnati, in cella insieme ad adulti sconosciuti, tutti detenuti per "reati d'immigrazione".

I detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere stati sottoposti a torture e altri maltrattamenti, compresi lunghi pestaggi con cavi di metallo, tubi di gomma, bastoni e cannelle dell'acqua. Molti hanno mostrato i segni delle ferite.

Nel settembre 2012, un gruppo di cittadini somali ha tentato invano di evadere dal centro di detenzione di Khoms. Sono stati catturati e picchiati duramente da uomini in borghese. Uno di loro, il 19enne Mohamed Abdallah Mohamed, ha raccontato di essere stato preso a calci, trascinato, colpito con pugni a un occhio e picchiato con bastoni e fucili. Ha riportato gravi ferite, tra cui una all'occhio sinistro.

Le denunce relative ai pestaggi contro le donne sono minori. Tuttavia, alcune detenute hanno riferito ad Amnesty International di essere state prese a pugni e schiaffi durante l'arresto. Altre hanno riferito di essere state torturate durante la detenzione. Come gli uomini, vengono punite per il loro "comportamento non collaborativo".

Una donna nigeriana detenuta nel centro di Tweisha, nella capitale Tripoli, ha denunciato che il 13 settembre è stata picchiata e torturata con la corrente elettrica. "Il mondo deve sapere cosa ci sta succedendo in Libia. Per i libici, non siamo nemmeno esseri umani. Non ho fatto nulla di male, sono solo venuta qui per lavorare. Ora sono chiusa qui dentro da mesi e non so cosa ne sarà di me. Non c'è nessuno qui che possa aiutarmi" - ha detto ad Amnesty International.

Nei centri di detenzione, privi di personale femminile, le donne sono inoltre esposte al rischio di violenza sessuale e violenza di genere.

Nonostante tutto questo, persone provenienti da paesi quali Ciad, Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan continuano ad attraversare i permeabili confini della Libia per fuggire dalla guerra e dalla persecuzione o per cercare migliori opportunità economiche. Insieme ai flussi misti di migranti, in Libia arrivano così persone che hanno diritto alla protezione internazionale.

Le autorità e le milizie libiche, tuttavia, non fanno distinzione tra migranti, richiedenti asilo e rifugiati. A causa del loro status di irregolari, le persone che necessitano di protezione internazionale rischiano come tutte le altre di essere arrestate, di rimanere in carcere a tempo indeterminato e di subire torture e altri maltrattamenti. I richiedenti asilo e i rifugiati restano in una sorta di limbo legale, poiché la Libia è priva di un sistema d'asilo funzionante e rifiuta di firmare un memorandum d'intesa con l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. La Libia, inoltre, non è stato parte della Convenzione Onu del 1951 sullo status di rifugiati né del Protocollo aggiuntivo del 1967 alla Convenzione.

In tal modo, per le persone detenute a tempo indeterminato per "reati d'immigrazione" in attesa del rimpatrio, non esiste modo per contestare la legittimità della detenzione e dell'espulsione forzata. In alcuni casi, sono persino obbligate a pagarsi da sole le spese di viaggio. Funzionari libici hanno comunicato ad Amnesty International che tra gennaio e settembre 2012 sono stati espulsi circa 4000 cittadini stranieri. Le salvaguardie essenziali contro il rimpatrio di persone a rischio di persecuzione sono inesistenti.

Nonostante questa situazione fosse ampiamente nota, l'Unione europea ha ripreso il dialogo con la Libia su questioni concernenti l'immigrazione e l'Italia, nell'aprile 2012, ha firmato con la Libia un accordo per "contrastare i flussi di migranti".

Il 19 ottobre, Amnesty International Italia ha consegnato al ministero dell'Interno oltre 28.000 firme per chiedere di accantonare quell'accordo.

martedì 13 novembre 2012

Carcere e legge stabilità: il grido d'allarme del personale penitenziario

Carcere e legge stabilita' : il grido d'allarme del personale penitenziario
di Mauro W. Giannini
A luglio 2012, la Corte dei diritti dell'uomo ha stabilito che lo Stato è responsabile per il suicidio di un detenuto che abbia mostrato problemi psicologici e tendenze suicide ove l'amministrazione non abbia messo in atto adeguate misure di prevenzione e controllo a seguito di segnalazione del servizio medico competente, violando conseguentemente l'articolo 2 (diritto alla vita) e l'articolo 3 (divieto di trattamenti inumani o degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. E' una sentenza da ricordare oggi, nel momento in cui le scelte in materia di personale carcerario contenute nel Decreto Legge 95 del 6 luglio 2012, con la relativa legge di conversione ormai approvata, rischiano di peggiorare una situazione già preoccupante.
Proprio per denunciare tale situazione, i dirigenti penitenziari avevano scritto al ministro Paola Severino ed al Capo del Dap Luigi Tamburino per sottolineare che , produrrà un effetto devastante nel sistema penitenziario. l’ultima immissione in ruolo di direttori di istituto risale al 1997 e di direttori di Uepe risale al 1998 e che di contro, dal 2005 al 2012, sono stati immessi in ruolo n. 516 commissari di polizia penitenziaria, a cui è stato attribuito il compito di assicurare l’ordine e la sicurezza all’interno degli istituti, avvalendosi del corpo di polizia, composto, al 31 agosto 2012, da n. 37.127 poliziotti penitenziari. In conseguenza di queste scelte, ogni istituto ha in forza uno o addirittura più Commissari, ma neanche un Direttore titolare, per cui il potere di assumere decisioni importanti per la vita di tutto l’istituto e quindi di tutti i detenuti, oltre che degli altri operatori civili presenti (Educatori, Psicologi, Contabili, Amministrativi) viene demandato a professionalità che rappresentano e sono responsabili direttamente soltanto di uno dei compiti dell’istituzione.
I funzionari Giuridico-Pedagogici hanno invece appena predisposto una petizione per il Ministro della Giustizia per evidenziare, anche con dati numerici, la netta disparità che attualmente esiste nel sistema penitenziario tra controllo e trattamento. Per Paola Giannelli, Segretario Nazionale Società Italiana Psicologia Penitenziaria, si tratta di "aspetti entrambi necessari che, se fossero in equilibrio, potrebbero produrre: sicurezza per la comunità, riabilitazione per i detenuti. Viceversa, quando si parla dei problemi del carcere si riduce tutto a due punti: il sovraffollamento (problema drammaticamente reale) e la carenza del personale di Polizia Penitenziaria che non sembra essere così grave, o almeno, lo è molto meno rispetto a quella del personale del trattamento e di questa funzione che è in estinzione".
Nella lettera-petizione, i funzionari chiedono il rispetto "delle norme del nostro ordinamento che finalizzano il compito dell’Amministrazione Penitenziaria alla rieducazione del condannato attraverso un’azione tesa da un lato ad accertare “i bisogni di ciascun soggetto, connessi alle eventuali carenze fisico-psichiche, affettive, educative e sociali, che sono state di pregiudizio all’instaurazione di una normale vita di relazione” (art 27 DPR 230/00), dall’altro alla RESPONSABILIZZAZIONE DEL DETENUTO/CONDANNATO, sia rispetto alla condotta che lo ha portato a delinquere, sia rispetto all’assunzione di impegni e comportamenti utili alla “tenuta” sul piano sociale in vista del suo ritorno allo stato libero".
La lettera al ministro Severino chiede quindi "di realizzare la coraggiosa scelta di “educare” l’opinione pubblica, trovando il coraggio di affermare che “certezza della pena” corrisponde a qualcosa di ben più complesso che alla semplice equazione punizione=sicurezza. A testimonianza di questo parlano i fatti. In poco più di trenta anni si è, di fatto, consumata la spinta ideale che aveva prodotto una riforma penitenziaria fra le più avanzate d’Europa. La riforma è datata 1975 e l’immissione dei primi operatori cosiddetti “del trattamento” all’interno degli istituti penitenziari e nell’area penale esterna (educatori e assistenti sociali) è avvenuta nel 1979. Con grande fatica e indicibile spirito di adattamento questi operatori hanno lavorato all’abbattimento delle barriere fra carcere e città, producendo un proliferare di iniziative di civiltà, con il contributo di enti locali, associazioni di volontariato, singoli cittadini, e dei molti operatori amministrativi e poliziotti penitenziari che hanno saputo cogliere l’elemento di progresso ed interesse professionale in una concezione della pena che avesse caratteristiche non solo di umanità ma anche strumento di ricostruzione del patto sociale infranto con il reato. Il clima interno così modificatosi ha permesso fra l’altro la drastica riduzione di situazioni di conflitto e violenza fino a quel momento all’ordine del giorno, relegando ad un passato che appariva remoto le rivolte dei detenuti, i sequestri degli agenti, i fatti di sangue fra gruppi rivali. Un risultato notevole – pertanto – proprio in termini di ordine e sicurezza".
Nel corso degli ultimi anni, ricordano i fnzionari Giuridico-Pedagogici, si è assistito invece "ad un nuovo trend ascendente di episodi gravemente conflittuali, sempre drammatici e talvolta sanguinosi, fra i detenuti e fra detenuti e operatori. Il caso Cucchi è diventato emblematico per la crudezza delle immagini e la determinazione dei parenti, ma a nostro avviso la quantità e la qualità delle morti in carcere, il numero crescente di episodi di autolesionismo, la povertà e la disperazione della gran parte della popolazione detenuta, testimoniano di una deriva culturale, morale e sociale di cui il caso Cucchi è la punta dell’iceberg. Sentiamo il dovere - afferma la lettera - di mettere in dubbio l’opinione diffusa secondo la quale il “problema” carcere, di cui oggi si sente parlare più che in passato, sia generato principalmente dal sovraffollamento e dalla carenza di personale di polizia penitenziaria. Il sovraffollamento è un problema serio e reale, che non può che diventare tragico se la vita quotidiana scorre all’interno della cella per oltre venti ore al giorno, dove persone di etnie, religione e cultura diverse condividono uno spazio irrisorio, in cui il divario economico fra detenuti pesa come un macigno e rende i più diseredati ostaggio dei più fortunati, in una dimensione relazionale di forte dipendenza da una autorità vaga e contraddittoria, che pensa e fa troppo spesso il contrario di quello che afferma. In quanto alla carenza di personale di polizia, l’esperienza di altri paesi europei ci dimostra che il rapporto numerico agente/detenuto in Italia è fra i più alti e che forse il problema è piuttosto di tipo culturale ed organizzativo. Ad ulteriore riprova di ciò, si segnala che in l’Italia, di contro, il rapporto numerico personale addetto al trattamento/detenuto è fra i più bassi: ed è proprio quel personale che viene considerato da questo Governo in esubero."
Anche 104 Psicologi Penitenziari operanti in vari istituti di pena avevano scritto al Guardasigilli chiedendo un intervento, ma non vi sono stati ad ora esiti concreti. Giannelli evidenzia che l'apporto della figura dello psicologo "è divenuto ormai virtuale: in media 5 ore al mese!" e pertanto "I detenuti per i quali non è possibile fare un approfondimento psicologico restano in carcere, alimentando il sovraffollamento".


NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO

http://www.osservatoriosullalegalita.org/
http://www.osservatoriosullalegalita.org/12/acom/11nov1/0909maucarcere.htm

sabato 10 novembre 2012

Italia, paese tutto sbagliato: 3 miliardi di "tassa sulle tasse" per le Pmi

11 - Novembre - 2012

Italia, paese tutto sbagliato: 3 miliardi di “tassa sulle tasse” per le Pmi



di GIANMARCO LUCCHI

Ma dove vogliamo andare come Italia? Siamo un Paese tutto sbagliato e tutto da rifare. Non c’è una cosa che vada per il verso normale, non dico giusto, ma semplicemente normale. Una bomba atomica servirebbe per distruggere il mostro che abbiamo creato. E forse non sarebbe neppure sufficiente.
Aggiorniamoci con l’ennesima chiccha del nostro sistema campiresco e burocratico. E aggiungiamoci l’ennesimo mattoncino per dirci che non abbiamo speranza. Le piccole e medie imprese italiane, per pagare le tasse, sono costrette a “sborsare” quasi 3 miliardi di euro all’anno. Lo denuncia la Cgia di Mestre. Si tratta dei cosiddetti oneri amministrativi che fanno da corollario al pagamento delle imposte e “pesano in maniera sempre piu’ drammatica – si rileva – sui bilanci delle realta’ imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione. Le principali scadenze fiscali, purtroppo, sono in costante aumento. Se nel 2002 erano pari a 100, nel 2006 sono salite a 127 e nel 2012 toccheranno quota 134. Negli ultimi 10 anni – nota la Cgia – l’incremento e’ stato del 34%”. Insomma, una bazzecola “gigantesca” in un momento di crisi economica drammatica come l’attuale.
I mesi piu’ “convulsi” sono quelli di inizio anno. A gennaio di quest’anno si sono addensate 14 scadenze di pagamento e a febbraio il record con 15. Quasi tutti i pagamenti sono concentrati verso la meta’ e verso la fine di ogni mese. “Tuttavia se ipotizziamo di spalmare queste scadenze su tutto l’arco dell’anno, e’ come se i piccoli e medi imprenditori – scrive la Cgia – versassero ogni due giorni e mezzo un’imposta od un contributo  previdenziale/assicurativo allo Stato”.
“Da questa ricognizione sulle scadenze - dice il segretario della Cgia di Mestre Giuseppe Bortolussi – si evince che il processo di semplificazione fiscale iniziato nei primi anni ’90 sta ora segnando il passo. Bisogna disboscare questa giungla fiscale per distogliere i piccoli imprenditori da una burocrazia e un numero di adempimenti che sono ormai eccessivi. Non dobbiamo dimenticare che i piu’ penalizzati da questa situazione cosi’ opprimente sono le micro imprese e i lavoratori autonomi che, a differenza delle aziende di maggiori dimensioni, non posseggono una struttura amministrativa in grado di sbrigare tutte queste incombenze”.
Semplificazione fiscale? Caro Bortolussi, se era iniziato, non se n’era accorto nessuno. L’Italia è solo capace di complicare anche le cose semplici.

Fonte: 
http://www.lindipendenza.com/




mercoledì 7 novembre 2012

Il Pd doppia il Pdl superato anche dal Grillo, mentre va alla sparizione l' Idv


Sondaggi

Secondo i risultati virtuali di Emg dal 2013 dovremmo avere la sinistra al governo guidata da Renzi il cui gradimento è d un punto inferiore a quello di Monti, ma superiore di 3 a quello di Bersani

di  Totalità

Il Pd 
doppia il Pdl superato anche dal Grillo, mentre va alla sparizione 
l’Idv
Il Pd sarebbe al primo posto con il  29,9% dei voti, quasi il doppio del Pdl sceso al 15,8% mentre il M5S   di Beppe Grillo toccherebbe il 18,2% e l’Italia dei valori perderebbe  l'1,2%, arrivando al 2,9%. E’ quanto emerge dal sondaggio sulle   intenzioni di voto alla Camera elaborato da Emg e diffuso ieri sera dal Mentana nel corso del TgLa7.
  Le rilevazioni mostrano inoltre “ancora in lieve ascesa la  Lega, che raggiungerebbe il 6,6% e Sel che avrebbe il 5,3%, mentre  l'Udc arriverebbe al 5,6%”. Leggera flessione per Fli stimata al 2,7%  e stessa percentuale per la Federazione della sinistra e La Destra, entrambi al 2,3%. Il Psi sarebbe all’1,3%; Fermare il Declino otterrebbe lo 0,7% e stabili resterebbero gli Ecologisti Verdi e Reti   civiche all’1,4%.
Da segnalare l’astensione record al 34%, con gli   indecisi all’11,9% e le schede bianche al 2,6%.
  Rispetto alla scorsa settimana, perde il 3% la fiducia in Mario Monti che arriverebbe al 47%. Quanto alla classifica della premiership, il sondaggio indica che scenderebbe al 15% la percentuale  degli italiani che voterebbe ancora il Professore. Poco dietro di lui ci sarebbero Matteo Renzi al 14%, seguito da Pier Luigi Bersani (stabile all’11%), Angelino Alfano (all’8%) e Beppe Grillo al 7%.
Parità per Silvio Berlusconi e Nichi Vendola, entrambi preferiti dal   6% degli italiani. Infine, Luca Cordero di Montezemolo e Roberto   Maroni sarebbero scelti ognuno dal 4% degli intervistati, Oscar   Giannino dal 3% e Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro e Emma Marcegaglia dal 2%.
L’8% non indica nessuno di questi   nomi e il 6% non esprime alcuna preferenza.

  

http://www.totalita.it/

venerdì 2 novembre 2012

PINO RAUTI

 

Il Gramsci di destra

L'ex segretario del Msi Pino Rauti è morto oggi a Roma intorno alle 9.30. Aveva 86 anni.

Strenuo oppositore della svolta di Fiuggi

di  Totalità

L'ex segretario del Msi Pino Rauti è morto oggi a Roma intorno alle
 9.30. Aveva 86 anni. Pino Rauti
Figura storica della destra italiana, segretario del MSI all'inizio degli anni '90 e strenuo oppositore della svolta finiana di Fiuggi, è scomparso questa mattina a Roma Pino Rauti, da molti definito il “Gramsci di destra”. Tra poco più di due settimane avrebbe compiuto 86 anni. Ancora ragazzino, a sedici anni, Rauti si arruola nella Repubblica sociale e alla fine del 1946, quasi 20enne, partecipa alla fondazione del Movimento Sociale Italiano, di cui diventerà segretario nel 1990. Nei primi anni Cinquanta contribuisce a dare nuovamente vita all'organizzazione neofascista che rispondeva alla sigla Far, Fasci di Azione Rivoluzionaria, con Giorgio Almirante e l’ideologo Julius Evola.

A seguito di due attentati a Roma, al ministero degli Esteri e all'ambasciata statunitense, nel maggio del '51 vengono condotti numerosi arresti tra i quadri del Far. Lo stesso Rauti finisce in manette, assieme a Fausto Gianfranceschi, Clemente Graziani, Franco Petronio, Franco Dragoni, Flaminio Capotondi e Julius Evola, considerato l'ispiratore del gruppo. Il processo si conclude nel novembre del '51: Graziani, Gianfranceschi e Dragoni vengono condannati a un anno e undici mesi. Altri dieci imputati a pene minori. Tutti gli altri vengono assolti, tra questi Rauti, Evola ed Erra.
Con la fine del processo, si conclude definitivamente l'esperienza dei Far. Nel 1954, dopo la vittoria dei dirigenti “in doppiopetto” e la nomina a segretario di Arturo Michelini, Rauti dà vita al centro studi Ordine Nuovo. Dopo appena due anni, Ordine Nuovo esce dal Movimento Sociale italiano. Arriverà ad avere dai 2.000 ai 3.000 iscritti.  Negli anni '60 e '70, il nome di questa organizzazione verrà utilizzato per rivendicare una serie di attentati, ai quali Rauti si dichiarerà sempre estraneo.

Con l'arrivo di Giorgio Almirante alla segreteria del Msi, Rauti rientra nel partito assieme a un gruppo di storici dirigenti. Il 14 dicembre 1987, al XV congresso del partito a Sorrento, raccoglie quasi la metà dei consensi per l'elezione a segretario, insieme alla corrente di Beppe Niccolai, ma viene battuto da Gianfranco Fini, sostenuto dal segretario uscente e padre nobile del partito Giorgio Almirante, ormai gravemente malato.

Nel 1990 Rauti arriva alla guida del MSI al congresso di Rimini, appoggiato dalla componente di Domenico Mennitti, e battendo Fini per la segreteria, ma non riesce ad arrestare l'emorragia di voti dovuta alla morte di Almirante. Dopo la sconfitta alle amministrative e alle regionali in Sicilia del 1991, il Comitato centrale del partito - con un blitz interno - lo destituisce riconsegnando la carica a Fini.

Europarlamentare dal 1994 fino al giugno 1999, Rauti si oppone alla svolta finiana di Fiuggi che decretò la trasformazione del principale partito della destra italiana in Alleanza Nazionale, uscendo sostanzialmente dall'alveo dei partiti anti-sistema tra i quali era stato protagonista nella Prima Repubblica. Dopo la svolta di Fiuggi, Rauti fonda insieme ai senatori Giorgio Pisanò e Cesare Biglia e al deputato Tommaso Staiti di Cuddia il Movimento Sociale Fiamma Tricolore, dopo che una sentenza del Tribunale Civile di Roma impedisce ai rautiani di appropriarsi di nome e simbolo storici del MSI-DN.

Suocero del sindaco di Roma Gianni Alemanno, Rauti, alla guida del MS-FT, è stato anche candidato alla carica di primo cittadino capitolino alle amministrative del 1997.

Con Rauti muore un intellettuale di razza, un grande animatore politico, promotore di una stagione di rinnovamento tanto dentro il partito, quanto nell’area della destra italiana. Fu il padre di mozioni congressuali come “Linea futura” (1977), “Spazio Nuovo” (1979 e 1982) e “Andare oltre” (1987), lanciò il quindicinale “Linea”, e organizzazioni parallele, dal Movimento giovani disoccupati, ai Gruppi Ricerca Ecologica, e sostenendo i Campo Hobbit fu riferimento delle nuove generazioni del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del partito.

Con Rauti la destra italiana perde il più grande interprete della destra vista con gli occhi e le ragioni fondative che furono di sinistra. “Gianfranco Fini a Fiuggi – disse dopo lo storico Congresso - non ha deviato di una virgola dalle sue idee di sempre. Fini ha semplicemente ammesso pubblicamente quello che noi abbiamo sempre sostenuto, e cioè che il 'fascismo di destra' non e' fascismo, e non lo e' mai stato”.

http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=1968&categoria=5&sezione=30&rubrica=

martedì 30 ottobre 2012

Oltre 10milioni di poveri in Italia, penultima in Europa. Peggio di noi c'è solo la Grecia

L’Italia è il secondo paese in Europa con il più alto tasso di povertà persistente: l’indicatore misura la percentuale di popolazione a rischio di povertà, che lo era anche in almeno due dei tre anni precedenti.

Volontariatoggi - Nel nostro paese è consistente, cioè, il numero delle persone che non riesce a uscire dalla povertà e vi resta per anni senza accenni di miglioramento. I “poveri persistenti” erano nel 2010 10.319 milioni, il 70% dei 14.742 milioni di italiani a rischio povertà. Peggio di noi sta solo la Grecia. I dati allarmanti, diffusi per la prima volta in maniera dettagliata, sono contenuti nel Quaderno della Ricerca Sociale n. 17 “Povertà ed esclusione sociale: l’Italia nel contesto comunitario. Anno 2012” elaborato dalla Direzione generale per l’inclusione e le politiche sociali del ministero del Welfare, i cui dati si riferiscono ai redditi del 2009, anno in cui la crisi ha cominciato a manifestarsi. Lo studio analizza il rischio di povertà ed esclusione dei paesi europei alla luce del nuovo indicatore comunitario, definito nell’ambito degli obiettivi della Strategia Europa 2020. In realtà si tratta della combinazione di tre diversi indicatori: a quello tradizionale di rischio di povertà relativo si aggiungono infatti l’indicatore di deprivazione materiale (non potersi permettere determinati beni durevoli come il telefono la tv a colori, di consumare un pasto di carne o pesce ogni due giorni, fare una vacanza, pagare un mutuo etc) e di esclusione dal mercato del lavoro. “Si è inteso così cogliere anche quella parte di popolazione che, pur in assenza di un rischio di povertà relativo dal punto di vista reddituale – spiegano i ricercatori – si trova in una condizione di deprivazione diretta e immediata ovvero è in una condizione di esclusione sociale”. L’assunto di base è, infatti, che l’indicatore di povertà relativa tradizionalmente usato (e che misura le persone che vivono in famiglie il cui reddito è inferiore al 60% di quello medio nazionale), da solo non è sufficiente a fotografare la reale situazione di povertà di una nazione, soprattutto in presenza di una notevole eterogeneità tra paesi nelle condizioni di vita prevalenti.

Alla luce di questa misurazione, lo studio sottolinea che la povertà persistente in Europa colpisce in particolare il nostro paese, dove riguarda soprattutto la popolazione anziana. “Per due terzi dei paesi per cui l’indicatore è disponibile, oltre la metà degli individui a rischio di povertà ha subito la stessa condizione in almeno due dei tre anni precedenti – si legge nel rapporto – Tra i paesi a più alto tasso di povertà persistente troviamo, dopo la Grecia (15,4%), il nostro Paese (13,0%); in entrambi i casi il fenomeno riguarda una fascia molto ampia della popolazione a rischio di povertà (oltre il 70%), segno che la condizione di povertà si concentra su uno specifico settore della popolazione per il quale risulta estremamente difficoltoso migliorare le proprie condizioni economiche”.

Le persone che risultano, invece, a rischio povertà ed esclusione sociale secondo la nuova misurazione sono 14.742 milioni, il 24.5% della popolazione. Un numero maggiore a quanto indicato dall’Istat, che per il 2011 stima l’11,1% delle famiglie relativamente povero, per un totale di 8 milioni 173 mila persone (dato sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente). La differenza è dovuta all’applicazione del nuovo indicatore comunitario che non si basa solo sul reddito ma anche sulla deprivazione materiale e l’esclusione dal mercato del lavoro. In generale con una percentuale del 24,5% l’Italia è appena sopra la media comunitaria (23%) e la sua posizione è simile a quella degli altri paesi mediterranei (nell’ordine: Cipro, Portogallo, Spagna e Grecia) e cioè in fondo alla classifica dei vecchi Quindici, con l’eccezione dell’Irlanda. Anche da noi, come negli altri paesi dell’Unione economicamente più sviluppati, è il rischio di povertà la dimensione di esclusione più rilevante (l’incidenza è più che doppia rispetto a quella degli altri due indicatori e da sola spiega circa tre quarti dell’unione dei tre). Anche la grave deprivazione materiale è particolarmente accentuata nel nostro paese: rispetto alla media EU15 del 5,3%, il dato italiano è quasi di un terzo superiore (6,9%). Con riferimento alla bassa intensità di lavoro, invece, siamo in linea con la media comunitaria (7,5%) e leggermente inferiore alla media EU15 (8,1%). I ricercatori sottolineano, però, che “tenuto conto del fatto che il nostro è il paese a più bassa occupazione femminile dell’intera Unione (fatta eccezione per Malta e, dal 2011, la Grecia) si tratta di un segno del mancato superamento di un modello di offerta di lavoro familiare basata sul maschio breadwinner, nonché del ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale”. (ec – Redattore Sociale)


Fonte: La Perfetta Letizia

sabato 27 ottobre 2012

Quattro milioni di miliardi di euro di debiti. Parliamo della Grecia? No della Cina

cina_crisi_economica(di Leone Grotti su Tempi del 24-10-2012) La Cina è in crisi, ma i numeri sono molto peggiori di quelli che si leggono di solito. Per il settimo trimestre consecutivo Pechino ha registrato un calo nella crescita del Pil. Lo scorso 17 ottobre il National Bureau of Statistics ha annunciato che il Pil cinese è cresciuto del 7,4% nel terzo trimestre, contro il 7,6% del secondo e l’8,1% del primo. La Cina si sta così avvicinando al suo peggior risultato di sempre da quando il paese ha aperto le porte al mondo esterno, quello del primo trimestre del 2009, in piena crisi finanziaria, quando il Pil crebbe “solo” del 6,5%.
UN DEBITO ENORME. Certo, sempre di crescita si tratta. Ma se il governatore della ricca provincia cinese del Guandong, Zhu Xiaodan, ha affermato che «le difficoltà che dobbiamo affrontare sono quasi certamente maggiori rispetto a quelle della crisi finanziaria del 2009», un problema c’è. Questo problema si chiama debito: non solo statale ma anche e soprattutto locale. Il debito degli enti locali ammontava a 4 milioni di miliardi di yuan nel 2006, nel 2010 ha raggiunto la cifra astronomica di 10,7 milioni di miliardi di yuan, circa due milioni di miliardi di euro. Cifre a 12 zeri. Il 42 per cento di questa somma (probabilmente aumentata negli ultimi due anni) deve essere pagato alla fine del 2012, il restante 53 alla fine del 2013. Non solo: a questa somma bisogna aggiungere il debito dello Stato, che si aggira sui 13 milioni di miliardi di yuan, per un totale complessivo di 23,76 milioni di miliardi di yuan, circa 4 milioni di miliardi di euro.
SI AVVICINA IL CONGRESSO. È questo il primo problema della Cina, che si avvicina al suo 18esimo Congresso nazionale del Partito comunista, quello in cui verrà decisa la nuova Commissione permanente del Politburo del Partito comunista cinese, l’organo di sette funzionari che governa di fatto il paese. Il secondo problema è bene evidenziato dalla risposta che un sindaco di una delle tante città della provincia di Hangzou ha dato al dipartimento delle Finanze della provincia, che gli chiedeva qual era il loro piano per rientrare dai debiti: «Non prendiamo neanche in considerazione la possibilità di rientrare dal debito».

http://www.corrispondenzaromana.it/

venerdì 26 ottobre 2012

Toscana: porta in classe una biblioteca

26.10.12
La Fondazione “aiutare i bambini” offre alle scuole toscane la possibilità di ricevere gratuitamente un kit di volumi per creare piccole biblioteche in aula 

La Fondazione “aiutare i bambini”, da 12 anni attiva a favore dell’infanzia in difficoltà in Italia e nel mondo (www.aiutareibambini.it), nell’ambito del suo Progetto Scuole finalizzato a sensibilizzare gli studenti italiani sui temi della solidarietà e della cooperazione internazionale, offre alle scuole della Toscana la possibilità di creare piccole biblioteche o di arricchire biblioteche scolastiche già esistenti attraverso i volumi del kit “Biblioteca in classe” anno scolastico 2012/2013.
Il kit è composto da 10 volumi della collana “Storie vere” del Corriere della Sera: romanzi appassionanti, pensati per far capire ai ragazzi il mondo che li circonda a partire da temi di attualità come la lotta alla mafia (tra i titoli ad esempio “Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando, sulla storia di Giovanni Falcone), l’immigrazione, il rispetto dell’ambiente. In aggiunta il kit contiene due volumi dedicati al volontariato. Il libro fotografico “Piccoli obiettivi” è una raccolta degli scatti realizzati nell’ambito dei corsi di fotografia tenuti in Angola, Cambogia e Perù dai volontari di “aiutare i bambini” Marco Piccinetti e Serafina Castelmezzano con i ragazzi sostenuti dalla Fondazione. I titoli della collana “Volontari nel mondo”, creata da “aiutare i bambini” con i diari di viaggio dei volontari, raccontano invece le esperienze di volontariato all’estero insieme ai bambini e ai ragazzi dei Paesi più poveri. Il kit comprende infine un cd con gli audiolibri tratti dal sito www.libroaudio.it: alcuni dei classici della letteratura per ragazzi, letti e narrati da Ginzo Robiginz, come ad esempio “I viaggi di Gulliver” di Jonathan Swift, “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe e “Il Milione” di Marco Polo. “La proposta – racconta Marco Piccinetti, toscano, Referente volontario di “aiutare i bambini” per la provincia di Siena e ideatore dell’iniziativa – nasce dalla volontà di dare alle nostre scuole, spesso purtroppo a corto di risorse, uno strumento in più per appassionare i ragazzi alla lettura. Crediamo infatti che leggere aiuti a crescere e a maturare nel tempo scelte di vita più consapevoli, come può essere ad esempio quella di dedicare un po’ del proprio tempo a chi ha bisogno ed è stato meno fortunato di noi, attraverso il volontariato”. I kit sono in numero limitato e verranno inviati gratuitamente alle prime 100 classi o scuole delle province di Arezzo, Prato, Siena e Firenze che ne faranno richiesta attraverso l’apposito modulo, scaricabile al seguente link: www.aiutareibambini.it/download/PROGETTO-SCUOLE/Modulo_Adesione_Toscana.doc. L’iniziativa è realizzata dalla Fondazione “aiutare i bambini” grazie al sostegno e alla collaborazione Chianti Banca, Siena Ambiente, Zeus Srl, Corriere della Sera e Ginzo Robiginz di Libroaudio.it. Per informazioni: faib.siena@aiutareibambini.it. 
Fonte: La Perfetta Letizia

giovedì 18 ottobre 2012

Off-grid, vivere senza rete e senza bollette



È possibile vivere in un'abitazione moderna scollegati dalle reti di grande distribuzione di acqua, gas, cibo ed energia? Grazie alle energie rinnovabili e ad altre tecnologie per il recupero delle risorse, sì.

Qualenergia - A rappresentare il primo passo in questa direzione nascerà a Capraia nei giorni 19-21 ottobre l’OFF-GRID ACADEMY È possibile vivere in un'abitazione moderna scollegati dalle reti di grande distribuzione dell'acqua, del gas, del cibo, dell'energia? E, soprattutto, è possibile vivere ‘fuori dalle reti’ in un condominio, in una piccola comunità mantenendo lo stesso livello di comfort ma in modo autosufficiente ed ecologico? La risposta è sì e si trova nella rivoluzione del TOTAL OFF-GRID: un sistema di case e villaggi indipendenti senza bollette e senza costi per l'ambiente grazie al sole, al vento, alla pioggia e all'uso sapiente di tecnologie avanzate come lo stoccaggio energetico nella molecola dell'idrogeno.

A rappresentare il primo passo in questa direzione nascerà a Capraia nei giorni 19, 20 e 21 ottobre l’OFF-GRID ACADEMY, laboratorio permanente dei ‘sistemi a isola’: processi che non si limitano a riprogettare una casa isolata, ma coinvolgono il ripensamento totale della filiera alimentare, della mobilità, dei processi decisionali e partecipativi, fino ad arrivare a progettare nuovi mezzi di scambio. Il progetto, patrocinato dal Ministero dell'Ambiente, dal Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano e dal Comune di Capraia, è stato presentato oggi a Roma.

"Per la sola parte energetica ci sono in Italia migliaia di abitazioni che autoproducono l'energia necessaria. Ormai con investimenti dell'ordine di 10.000 euro sono garantiti risparmi immediati di circa 1.500 euro ogni anno per oltre 20 anni", ha spiegato Marco Tulli, Presidente della OFF-GRID ACADEMY. "Il progetto che si sta costruendo a partire dall'isola di Capraia è molto più di questo. L'OFF-GRID ACADEMY progetterà e proporrà alle pubbliche amministrazioni e ai privati la realizzazione di sistemi indipendenti e integrati di autonomia: dal riutilizzo delle acque di scarico tramite la fitodepurazione, all'uso di sabbie nel compostaggio per la realizzazione di orti, dalla raccolta delle acque piovane all'utilizzo del solarcooling, all'autoproduzione di idrogeno come gas alternativo. Tutte tecnologie mature che possono arrivare a creare un nuovo modello di economia, cultura e società".

'Corsari dell'innovazione', ricercatori, progettisti di tutta Italia si sono dati appuntamento a Capraia, dal 19 al 21 ottobre nell'evento “L’isola che non c’è(ra)” per la fondazione dell’OFF-GRID ACADEMY e di una OFF-GRID ACADEMY for kids aperta a tutti i progettisti di domani. L’obiettivo è quello di trasformare per tre giorni Capraia in un centro di ricerca e sperimentazione a livello nazionale e internazionale per le energie rinnovabili e la costruzione di un nuovo sistema di interazione e funzionamento, un luogo dove poter tenere lezioni aperte ad architetti, professionisti, tecnici, studenti, singoli cittadini, bambini e insegnanti già a partire dalla prossima primavera. E non solo, il progetto consente anche di recuperare il sito della Mortola attraverso un restauro conservativo e l’installazione della tecnologia TOTAL OFF-GRID, trasformandolo in un prototipo che scambia con l'ecosistema soltanto sole, vento e pioggia, senza consumare altre risorse né inquinare, arrivando alla completa autosufficienza.

Nella scheda in allegato (qui, pdf) la descrizione delle tecnologie cui si pensa per vivere “senza rete”: dal fotovoltico, al solare termico e alle biomasse passando per il recupero dell'acqua piovana e dei rifiuti e per l'acculo dell'energia, sia sotto forma di calore che stoccandola nell'idrogeno.
Fonte : La Perfetta Letizia