Sabato 15 gennaio 2011, si è svolto a Cuneo l’incontro programmato dal Commissario per il Piemonte Alberto Conterio presso l’Hotel Royal Superga di Via Pascal 3 angolo Piazza Galimberti :
“Progetto monarchico per rinnovare lo Stato e rilanciare il Paese”
Lo scopo, che era di illustrare le priorità contenute nel nostro programma politico e di rinsaldare l’organizzazione di Alleanza Monarchica – Stella e Corona in provincia di Cuneo, non è stato disatteso.
Dopo i saluti dell’Avv. Roberto Vittucci Righini, Presidente Nazionale del movimento a tutti i partecipanti, l’interessante intervento dell’Avv. Massimo Mallucci, Segretario Nazionale, ha riguardato in prima battuta il buon rapporto tra Alleanza Monarchica e le restanti associazioni monarchiche italiane. L’intervento, si è poi focalizzato sul programma politico del movimento ed in particolar modo sull’importanza di un argomento sempre più disatteso nel nostro Paese : “le Sovranità”.
Sovranità intesa in tutte le sue forme, quali la sovranità Nazionale, la sovranità del popolo, degli enti locali ed infine della famiglia.
A seguire l’invito del Presidente Vittucci Righini a riflettere sulla “pena di morte” per reati particolarmente efferati e gravi, ha portato ad evidenziare con un vivace dibattito tra i presenti come, ad una contrarietà diffusa e generalizzata su di essa, persista anche nelle coscienze delle persone la propensione a credere giusta questa condanna per fatti particolari mettendo in evidenza una contraddizione della nostra società civile.
L’incontro è proseguito con l’invito dello stesso Commissario per il Piemonte Alberto Conterio a non storicizzare l’immagine della Monarchia uscendo tra la gente in futuro per testimoniare nonostante tutto la nostra presenza ed organizzazione con delle “giornate gazebo” nelle piazze e nelle vie delle principali città, dimostrando con i fatti, il rapporto di unità tra Monarchia e popolo.
Al termine dei lavori, il Dott. Giorgio Zampieri, ha confermato la sua piena operatività e disponibilità a riprendere l’azione politica locale per Alleanza Monarchica – Stella e Corona, mentre l’Avv. Alberto Coggiola, iscrivendosi al nostro movimento ha manifestato il suo interesse a collaborare localmente per promuovere il nostro programma in vista delle future date elettorali.
In conclusione di giornata, uscendo dalla sala, sono state distribuite diverse decine di copie del nostro mensile “Italia Reale” nella stessa piazza Galimberti alla gente presente, divisa tra l’incredulità e la piacevole sorpresa.
I monarchici tornano in campo !
Fonte: http://biellamonarchica.blogspot.com/2011/01/cuneo-15-gennaio-2011-resoconto-di-una.html
Sono il Presidente Nazionale del "Movimento Monarchici". Il mio cell è 3473420868 La mia mail è mauromazzoni57@gmail.com Siamo anche su Facebook, basta cercare Mauro Mazzoni
mercoledì 19 gennaio 2011
lunedì 17 gennaio 2011
Permesso di soggiorno, debutta test all'italiano
Sono centosettanta tra Firenze e Borgo San Lorenzo (Firenze), e 10 ad Asti, gli immigrati che domani si sottoporranno al primo 'Test di conoscenza della lingua italiana per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo', necessario ad ottenere il permesso di soggiorno lungo, a tempo indeterminato.
Ansa.it - Il test, messo a punto e supervisionato a cura dell'Ufficio scolastico provinciale, in base alle indicazioni del ministero degli Interni, prevede una prova di ascolto, una prova di lettura e comprensione e una prova di produzione. La prova viene considerata superata se il candidato ottiene un risultato positivo almeno nell'80% del punteggio complessivo delle prove. Nel caso di esito negativo, sara' possibile presentare subito una nuova richiesta. Le domande vengono raccolte dalle prefetture che hanno anche il compito di verificare i requisiti di accesso degli stranieri.
Ad Asti l'appuntamento per i 10 candidati e' alle 9 all'istituto in via Govone, mentre a Firenze e a Borgo San Lorenzo gli immigrati si troveranno alle 8.30: presso la scuola media A. Di Cambio-Beato Angelico a Firenze e la scuola Giovanni della Casa di Borgo. In molte altre citta' italiane sono gia' state programmate le prove per gli immigrati che hanno presentato la domanda: in totale sono 6.764.
TRE LE PROVE DA SUPERARE
La prima prova prevede l'ascolto (per testare la comprensione orale) di una registrazione (ad esempio, un dialogo tra 2 persone). Sarà poi presentata una lista di domande al candidato e gli verrà fatta riascoltare la conversazione. A questo punto, l'immigrato dovrà dare le sue risposte con tre diverse modalità: scelta multipla, abbinamento, Vero/Falso. Per il secondo test (prova di comprensione scritta) viene consegnato un breve brano a cui seguiranno domande con risposte tramite scelta multipla, abbinamento, Vero/Falso, oppure a completamento della frase.
Nella terza prova (scrittura di un testo), verrà indicato un argomento. Il candidato dovrà scrivere un breve testo, ad esempio una cartolina da inviare ad amici che spieghi dove si trova, cosa sta facendo ecc., oppure una risposta per e-mail o la compilazione di uno o più moduli. La prova viene considerata superata se il candidato ottiene un risultato positivo almeno nell'80% del punteggio complessivo delle prove. Nel caso di esito negativo, l'immigrato potrà presentare subito una nuova richiesta.
PERPLESSITA' DALLE ACLI - Secondo il patronato delle Acli, sarebbe stato opportuno che il test si fosse svolto dopo un percorso proposto agli stranieri di lingua e insieme di educazione civica. ''Sono 400/450 mila ogni anno - spiega il responsabile del servizio immigrazione, Pino Gulia - gli stranieri che potrebbero avere i requisiti per l'ex Carta di soggiorno. Il test potrebbe portare ad un ritardo nelle regolarizzazioni. Se infatti avevano gia' i requiti per ottenere il permesso, dovranno ora attendere di fare l'esame
http://www.laperfettaletizia.com/2011/01/permesso-di-soggiorno-debutta-test.html
Ansa.it - Il test, messo a punto e supervisionato a cura dell'Ufficio scolastico provinciale, in base alle indicazioni del ministero degli Interni, prevede una prova di ascolto, una prova di lettura e comprensione e una prova di produzione. La prova viene considerata superata se il candidato ottiene un risultato positivo almeno nell'80% del punteggio complessivo delle prove. Nel caso di esito negativo, sara' possibile presentare subito una nuova richiesta. Le domande vengono raccolte dalle prefetture che hanno anche il compito di verificare i requisiti di accesso degli stranieri.Ad Asti l'appuntamento per i 10 candidati e' alle 9 all'istituto in via Govone, mentre a Firenze e a Borgo San Lorenzo gli immigrati si troveranno alle 8.30: presso la scuola media A. Di Cambio-Beato Angelico a Firenze e la scuola Giovanni della Casa di Borgo. In molte altre citta' italiane sono gia' state programmate le prove per gli immigrati che hanno presentato la domanda: in totale sono 6.764.
TRE LE PROVE DA SUPERARE
La prima prova prevede l'ascolto (per testare la comprensione orale) di una registrazione (ad esempio, un dialogo tra 2 persone). Sarà poi presentata una lista di domande al candidato e gli verrà fatta riascoltare la conversazione. A questo punto, l'immigrato dovrà dare le sue risposte con tre diverse modalità: scelta multipla, abbinamento, Vero/Falso. Per il secondo test (prova di comprensione scritta) viene consegnato un breve brano a cui seguiranno domande con risposte tramite scelta multipla, abbinamento, Vero/Falso, oppure a completamento della frase.
Nella terza prova (scrittura di un testo), verrà indicato un argomento. Il candidato dovrà scrivere un breve testo, ad esempio una cartolina da inviare ad amici che spieghi dove si trova, cosa sta facendo ecc., oppure una risposta per e-mail o la compilazione di uno o più moduli. La prova viene considerata superata se il candidato ottiene un risultato positivo almeno nell'80% del punteggio complessivo delle prove. Nel caso di esito negativo, l'immigrato potrà presentare subito una nuova richiesta.
PERPLESSITA' DALLE ACLI - Secondo il patronato delle Acli, sarebbe stato opportuno che il test si fosse svolto dopo un percorso proposto agli stranieri di lingua e insieme di educazione civica. ''Sono 400/450 mila ogni anno - spiega il responsabile del servizio immigrazione, Pino Gulia - gli stranieri che potrebbero avere i requisiti per l'ex Carta di soggiorno. Il test potrebbe portare ad un ritardo nelle regolarizzazioni. Se infatti avevano gia' i requiti per ottenere il permesso, dovranno ora attendere di fare l'esame
http://www.laperfettaletizia.com/2011/01/permesso-di-soggiorno-debutta-test.html
domenica 9 gennaio 2011
La Vandea
di Renato Cirelli
1. Un fatto divenuto un simbolo
Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno all’origine della rivolta vandeana.
2. I motivi della rivolta
Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale, sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori alla media europea del tempo.
Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.
Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).
Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.
Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.
I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.
Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.
La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.
Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.
3. La guerra contro-rivoluzionaria
La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi economica.
Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’ dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare sulla folla.
Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.
Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille, principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire con i vandeani.
Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a migliaia.
4. La repressione rivoluzionaria
Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.
Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi inglesi.
La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.
Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.
5. Il costo della guerra
Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali, centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti cercano di nascondere.
Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare, cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.
6. La vittoria dei vinti
Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.
Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.
Fonte: http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/v_vandea.htm
1. Un fatto divenuto un simbolo
Il termine «Vandea», grazie alla storiografia filo-rivoluzionaria, è divenuto sinonimo di rivolta reazionaria e di resistenza contro l’affermarsi del progresso, che hanno come protagoniste popolazioni contadine ignoranti, sobillate da clero e nobili, che utilizzano il fanatismo religioso per scopi in realtà riconducibili ai loro interessi e privilegi di classe. Questa interpretazione non ha potuto essere adeguatamente controbilanciata dalla storiografia filo-vandeana, perché, a tutt’oggi, gli storici di parte rivoluzionaria hanno praticato l’occultamento dei fatti e imposto la damnatio memoriae nei confronti dei protagonisti, quindi anche dei valori che stanno all’origine della rivolta vandeana.
2. I motivi della rivolta
Il territorio indicato come Vandea Militare è situato nella Francia Occidentale, sulla costa atlantica, con un’estensione di circa 10.000 kmq e con una popolazione, all’epoca, di ottocentomila abitanti. Non si tratta di una regione povera e marginale, ma la sua ricchezza e la sua popolazione sono superiori alla media francese, così come la ricchezza e la popolazione francesi sono superiori alla media europea del tempo.
Gli abitanti della regione sono noti per l’attaccamento alle consuetudini e alle libertà locali, oltre che per un radicato sentimento religioso, segnato dalla predicazione di san Luigi Maria Grignion di Montfort (1673-1716), che aveva combattuto lo scetticismo del tempo soprattutto con la devozione mariana.
Alla fine del secolo XVIII l’Ovest, come tutta la Francia, patisce gli esiti di un processo di centralizzazione che si è sempre più sviluppato a partire dal regno di Luigi XIV di Borbone (1638-1715).
Il costo di questa politica è la causa principale della voracità statale in materia fiscale e una delle conseguenze del governo dei ministri illuministi, sì che fra il 1775 e il 1789 la pressione fiscale diventa sempre più sostenuta e male sopportata da tutti.
Quando, per avviare una riforma generale che affronti il problema fiscale e il deficit dello Stato, vengono convocati da re Luigi XVI di Borbone (1754-1793) gli Stati Generali l’assemblea costituita dai rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia , anche dalla Vandea arrivano i cahiers de doléance, raccolte di rimostranze e di petizioni che esprimono, insieme a un profondo attaccamento alla monarchia, anche una serie di proteste contro il sistema di imposizione fiscale, i suoi abusi e la sua irrazionalità.
I vandeani auspicano, quindi, un rinnovamento e con questo spirito mandano a Parigi i loro rappresentanti, perché se ne facciano portavoce presso il sovrano. E la disillusione è tanto più cocente quanto più grande è stata la speranza.
Diventa sempre più chiaro, e non solo in Vandea, che a Parigi non si lavora alle sperate riforme, ma a emanare leggi destinate ad aumentare il potere coercitivo delle amministrazioni, a colpire la Chiesa e le tradizioni religiose del popolo in una inquietante accelerazione distruttiva.
La confisca e la vendita dei beni ecclesiastici, che avvantaggia solo borghesi e nobili, e l’introduzione della Costituzione Civile del Clero, nell’estate del 1790, creano un diffuso malcontento, al quale le autorità rispondono con insensibilità, con incapacità di governo e con una crescente repressione, che sfocia nell’irrimediabile frattura fra le popolazioni e i pubblici poteri.
Gli avvenimenti precipitano nel 1793. La rottura provocata dalla Costituzione Civile del Clero, che pone le basi di una rivolta di natura religiosa, si consuma con la notizia che il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI è stato ghigliottinato, e si manifesta quando il Governo di Parigi ordina in tutta la Francia l’arruolamento di trecentomila uomini da mandare al fronte.
3. La guerra contro-rivoluzionaria
La rivolta scoppia perché la popolazione della Vandea rifiuta di abbandonare le case per andare a morire per una repubblica che considera illegittima, colpevole di perseguitare la religione, di aver assassinato il sovrano legittimo e di aver inasprito la crisi economica.
Già dal 1790, a causa delle tasse e in difesa dei sacerdoti detti «refrattari», cioè quelli che non avevano giurato fedeltà alla Costituzione, scoppiano un po’ dovunque tumulti e la Guardia Nazionale, più di una volta, non esita a sparare sulla folla.
Anche in altre regioni della Francia scoppiano rivolte, però ovunque la Repubblica le soffoca più o meno rapidamente, perché sono improvvisate, mancano di coordinamento e di decisione. Ma in Vandea, nel marzo del 1793, inizia un’insurrezione generale, annunciata dal suono delle campane a martello di tutte le chiese. Gli insorti si organizzano militarmente sulla base delle parrocchie e costituiscono un’Armata Cattolica e Reale di molte decine di migliaia di uomini, guidati da capi che essi stessi si sono scelti e che spesso, specie fra i nobili, sono restii a farsi coinvolgere.
Jacques Cathelineau (1759-1793), vetturino, è l’iniziatore della sollevazione e viene eletto primo generalissimo dell’Armata vandeana; muore in battaglia a trentaquattro anni. Il marchese Louis-Marie de Lescure (1766-1793) è un ufficiale che gli insorti liberano dalla prigionia, ed egli ne diviene un capo autorevole; quando muore in combattimento, a ventisette anni, gli viene trovato addosso il cilicio. Henri du Vergier de la Rochejaquelein (1772-1794) è eletto generalissimo a soli ventuno anni; Napoleone Bonaparte (1769-1821) ne esalterà il genio militare. Jean-Nicolas Stofflet (1753-1796), guardiacaccia, si rivela un formidabile tattico e non accetterà mai di arrendersi. François-Athanas de la Contrie (1763-1796), detto Charette, è un ufficiale di marina «costretto» a diventare un capo leggendario dagli insulti dei contadini che lo traggono da sotto il letto, dove si è nascosto per sottrarsi alle loro ricerche; muore fucilato. Vi è anche chi è prelevato a forza e portato in battaglia sulle spalle dei contadini. Fra le poche eccezioni vi è Antoine-Philippe de la Trémoille, principe di Talmont (1765-1794), che torna dall’esilio per mettersi alla testa della cavalleria, unico dei grandi signori di Francia a combattere e a morire con i vandeani.
Vittorie e sconfitte si alternano fino allo scacco di Nantes e alla sconfitta di Cholet, nell’autunno del 1793. L’Armata Cattolica e Reale decide, allora, di attraversare la Loira e di raggiungere il mare in Normandia, dove pensa di trovare la flotta inglese. Ma all’arrivo gli inglesi non vi sono e i vandeani, con le famiglie al seguito, ritornano sui propri passi, inseguiti dai repubblicani che li sconfiggono in una serie di scontri, che si risolvono in carneficine dove gli insorti, donne e bambini compresi, vengono sterminati a migliaia.
4. La repressione rivoluzionaria
Nel gennaio del 1794 la Repubblica ordina la distruzione totale della Vandea. Spedizioni militari punitive, dette «colonne infernali», attraversano la regione facendo terra bruciata e perpetrando il genocidio della popolazione, con una metodicità e con strumenti da «soluzione finale», che anticipano gli orrori del secolo XX; né mancano intenti di controllo demografico.
Parallelamente inizia la campagna di scristianizzazione del territorio e il Terrore rivoluzionario si abbatte sulle popolazioni con la più dura delle persecuzioni mentre gli imprigionati, i deportati in questo periodo viene inaugurata la colonia penale di Caienna, nella Guyana , le esecuzioni di ogni tipo sono in un numero imprecisato. Nel febbraio del 1794 la Vandea insorge ancora e conduce una spietata guerra di guerriglia, che mette la Repubblica alle corde. Finalmente, nel febbraio del 1795, a La Jaunnaye, i capi vandeani firmano una pace con la quale il Governo di Parigi s’impegna a riconoscere la libertà del culto cattolico, concede l’amnistia, un’indennità di risarcimento e, a quanto pare, in alcuni articoli segreti, s’impegna a consegnare ai vandeani il figlio di Luigi XVI, prigioniero nella Torre del Tempio di Parigi. Però, in seguito al mancato rispetto degli accordi, nel maggio del 1795 Charette e altri capi riprendono le armi, ma questa volta l’insurrezione non ha l’ampiezza della precedente, anche perché è grande la delusione per il mancato arrivo di un principe che si metta alla testa degli insorti; mancato arrivo di cui sono responsabili anche gli intrighi inglesi.
La guerriglia continua senza speranza fino alla cattura e alla fucilazione di Charette, nel marzo del 1796. Il tentativo di sbarco a Quiberon da parte di settecentocinquanta «emigrati» persone che hanno lasciato la Francia dopo gli avvenimenti del 1789 , molti dei quali ufficiali di marina cui l’Inghilterra ha promesso aiuto e appoggio militare, si conclude in un disastro. Traditi, cadono nelle mani dei repubblicani, che promettono loro la vita in cambio della resa e invece li fucilano; tutto finisce in una tragica Baia dei Porci ante litteram.
Con la morte di Charette si conclude l’epopea vandeana. Vi sarà un’altra insurrezione negli anni 1799 e 1800, guidata dai capi vandeani superstiti e da George Cadoudal (1771-1804) in Bretagna; poi ancora nel 1815, durante i Cento Giorni napoleonici; e, infine, l’ultimo episodio sarà la fallita insurrezione legittimista contro il governo liberale di Parigi nel 1832.
5. Il costo della guerra
Anni di guerra e di guerriglia spietata, ventuno battaglie campali, duecento prese e riprese di villaggi e di città, settecento scontri locali, centoventimila morti di parte vandeana, numerosissimi di parte repubblicana, la regione completamente devastata: queste sono le cifre impressionanti che molti cercano di nascondere.
Quella che Napoleone ha chiamato una lotta di giganti è una guerra popolare, cattolica e monarchica, che i vandeani hanno condotto diventando coscientemente un ostacolo all’affermazione del primo grande tentativo di repubblica rivoluzionaria e totalitaria della storia moderna. Per questo la Vandea ha pagato con un terribile genocidio, seguito dal silenzio di chi si riconosce nell’albero ideologico della Rivoluzione francese.
6. La vittoria dei vinti
Il riconoscimento dei sacerdoti fedeli a Roma, il ristabilimento del culto cattolico e infine, con tutti i suoi limiti, il Concordato Napoleonico del 1802 sono da molti ascritti a merito anche del sacrificio dei vandeani. Questa, in ultima analisi, può essere definita la grande vittoria dei vinti. Vinti in questo mondo, dal momento che molti di questi martiri sono stati elevati alla gloria degli altari dalla Chiesa.
Quindi, questa è la ragione per cui, fuori dal linguaggio corrente della storiografia, il termine «Vandea», al di là del suo contesto storico, ha valenza positiva, esempio e sinonimo di contrapposizione radicale ai princìpi rivoluzionari dell’epoca moderna, e difesa e proposizione dei valori sui quali si fonda la civiltà cristiana; perciò termine contro-rivoluzionario perché esprime non solo ostilità alla Rivoluzione in tutti i suoi aspetti, ma anche sostegno dei princìpi cristiani, che sono a essa radicalmente contrari.
Fonte: http://www.alleanzacattolica.org/idis_dpf/voci/v_vandea.htm
sabato 8 gennaio 2011
Stella e Corona sulle multe:
I SOLDI delle multe saranno destinati al miglioramento della segnaletica stradale? Un plauso alla Giunta comunale arriva da Mauro Mazzoni di “Stella e Corona”. <Il Comune di Lucca – scrive – sfata così il mito secondo cui le multe servirebbero esclusivamente per “fare cassa” e risanare i bilanci dei comuni>. <Per questo – continua Mazzoni – voglio esprimere il mio più sincero plauso alla Giunta che ha deciso di destinare i 1'780 mila euro provenenti dalle sanzioni pecuniarie, al miglioramento della segnaletica, della circolazione stradale, delle piste ciclabili e per l’assunzione di vigili urbani a progetto>.Data 08/01/2011 Fonte: La Nazione Lucca
venerdì 7 gennaio 2011
6 Gennaio: Meditazione per l'Epifania su Giotto
Conferenza del 30.11.1988; da “Catolicismo”, gennaio 2004; traduzione di Massimo Introvigne
I Re Magi, secondo la tradizione, vengono da Oriente a portare i loro doni al Bambino Gesù.In questo affresco – opera del famoso pittore italiano Giotto – Nostra Signora mentre tiene al collo il suo Divin Figlio sta seduta su un specie di tronetto riccamente adornato e sormontato da un baldacchino, ed è vestita in un modo che è a sua volta molto ricco. Deve ricevere dei re, e Giotto la fa vestire con la dovuta pompa. Accanto a Nostra Signora appaiono angeli, san Giuseppe, santi e altre persone, e si ha l’impressione che l’autore voglia rappresentare una sorta di tempio. O forse Giotto ha pensato alle persone di epoche successive, che in futuro avrebbero contemplato la scena spiritualmente e in adorazione.
L’elemento che più attira l’attenzione è questo: uno dei re sta adorando il Bambino Gesù e baciando i suoi piedi. Gli altri due monarchi se ne stanno tranquilli, come assorti in preghiera di fronte a Nostra Signora e al Bambino-Dio, mentre guardano il loro compagno di viaggio – e fratello nella regalità – adorare il Divino Infante. Hanno l’aria di persone felici di quello che sta loro accadendo, mentre aspettano che venga il loro turno. Ma attendono senza impazienza, con quella tranquillità e serenità medievali che per Giotto esprime la presenza di Dio, dello Spirito e della grazia divina nell’anima di questi personaggi.
Ancora, dietro ai due re si nota in uomo che sta cercando di tenere buono o fermo uno di due cammelli, il quale rischia di creare qualche problema. Quest’uomo non è bello. Giotto vi ha raffigurato l’homo animalis: l’uomo nella sua dimensione meramente materiale, senza nulla di soprannaturale né di tranquillo o di sereno. È l’uomo bruto, agitato e concitato, rivelato dalla narice fremente, dagli occhi spiritati, dall’aria arrogante. Si ha l’impressione che non possa proprio fare più che il cammelliere.
Fonte: http://www.cescor.org/0106.html
giovedì 6 gennaio 2011
I veri principi del popolo cristiano - Piero Vassallo
di Piero Vassallo
nghiero successo e contribuì all’affermazione del Partito popolare nella rovente campagna elettorale del ’19. Cappa fu premiato dal consenso degli elettori, che gli assegnarono la maggioranza dei voti in due diversi collegi.
Nel giugno del 1919, il direttore dell’Avvenire d’Italia, l’autorevole Paolo Cappa, pubblicò, nei Quaderni nazionali di Gino Sottochiesa, un breve e brillante saggio intitolato “Politica popolare”.
Inteso alla definizione del pensiero politico dei cattolici, il saggio, riscosse un lusi
nghiero successo e contribuì all’affermazione del Partito popolare nella rovente campagna elettorale del ’19. Cappa fu premiato dal consenso degli elettori, che gli assegnarono la maggioranza dei voti in due diversi collegi.La chiarezza delle idee e la profonda preparazione culturale dell’autore, che riscuoteva la stima e la fiducia di Benedetto XV e di Luigi Sturzo, fanno del testo in questione una lettura indispensabile a quanti desiderano rompere il cerchio della disinformazione progressista intorno agli ideali e alla storia del cattolicesimo italiano nel XX secolo.
La lettura del testo di Paolo Cappa, infatti, dimostra le sostanziali differenze che corrono tra il popolarismo delle origini e il popolarismo immaginario, esibito dai tardi e affannati discepoli di Maritain, Dossetti, Alberigo, Scoppola e Rosy Bindi, per giustificare l’adeguamento del pensiero cristiano alle esigenze babeliche del progressismo terminale.
Nello scritto in questione, la distanza fra le due scuole di pensiero intitolate al popolarismo appare fin dall’incipit, dove si dichiara l’esclusione di qualunque apertura all’ideologia della sinistra.
Pur riconoscendo ai lavoratori che in trincea presero contatto colla vita nazionale, il diritto di reclamare migliori condizioni di vita, l'autore, rifacendosi all’insegnamento di Leone XIII, chiarisce che con la sinistra rivoluzionaria esistono vaghi elementi di somiglianza ma non di coincidenza essendo “evidente e recisa l’opposizione dottrinale fra la concezione marxista e quella cattolica, in sociologia come in politica”.
Senza remore, Cappa elencava gli obiettivi irrinunciabili del popolarismo: “Difesa dell’integrità familiare contro ogni attentato divorzista, libertà d’insegnamento in ogni grado, riconoscimento giuridico e libertà dell’organizzazione di classe, decentramento amministrativo colla più larga autonomia e la più ampia libertà degli enti pubblici locali, riforma tributaria sulla base dell’imposta progressiva globale, riforma elettorale politica colla soppressione del collegio uninominale e la sostituzione dello scrutinio di lista per regione e colla rappresentanza proporzionale, riforma del senato su base elettiva e con rappresentanza dei corpi della nazione con larga parte alle classi organizzate, politica internazionale fondata sulle concezioni nuove dell’organizzazione giuridica dei rapporti fra gli Stati che renda possibile la abolizione dei trattati segreti e della coscrizione obbligatoria”.
E’ evidente che il programma dei popolari, oggi, è in larga parte condiviso dai cattolici militanti nell'area del centrodestra e rifiutato dalla sinistra, dove, insieme con i nostalgici del centralismo burocratico, sono schierati gli avversari della famiglia tradizionale, della scuola privata e delle missioni di pace.
Non sono dunque senza ragione i rossori e gli imbarazzi di cattolici progressisti, obbligati a far scivolare i principi cristiani nel soffocante corridoio tra l’entusiasmo dei gay e l’intransigenza degli abortisti.
Colpisce infine l’orgoglio che il popolare Cappa manifesta nel rivendicare la dignità del pensiero cristiano in mezzo alle desolazioni del mondo moderno: “Mentre il liberalismo muore di esaurimento e il suo figlio spirituale, il socialismo, lo maltratta, e la democrazia radico-massonica è ridotta a un’impotente consorteria borghese senza credito, e il socialismo ignorante e incosciente minaccia l’esperimento bolscevico in Italia – l’antica idea cristiana risorge. Ostracismo di governanti ed errori di devoti non valsero a bandirla dalla vita di questa terra, perché la sua tradizione vi è troppo saldamente incisa nelle coscienze e nei marmi. E si leva un’altra volta, ricca di contenuto ideale ma non meno atta all’applicazione pratica”.
L’orgoglio cattolico è coniugato da Cappa all’orgoglio lungimirante dell’italiano, che contesta la traballante pace di Wilson, “una pace falsa, che minaccia nuove guerre pel futuro”.
Il giudizio sulla falsa pace di Versailles, Cappa lo rinnoverà durante la commemorazione di Benedetto XV letta a Genova nel dicembre del 1952, e ripubblicata nel 2006, a cura di Roberto Cappa e Sandro Fontana presso l’editore Sabatelli in Savona.
Rammentata l’esclusione del Papa dalla conferenza della pace, pretesa e ottenuta dal ministro italiano Sonnino nel segreto Patto di Londra, Cappa affermò che lo scacco diplomatico del Vaticano “si risolse in realtà in una grande ventura: il Vicario di Cristo evitò la responsabilità della partecipazione alla falsa pace di Versailles”.
La rilettura del saggio sulla politica popolare è un duro colpo per gli autori delle leggende metropolitane intorno alla vocazione laica, progressista e centralista dei cattolici militanti nel Pd.
Dal pensiero di Paolo Cappa, neppure la magica scuola di Bologna saprebbe cavare un coniglio di sinistra.
Oggi la lezione di Paolo Cappa può aiutare i politici del centrodestra a trovare il filo conduttore di una politica capace di interpretare fedelmente la fede cattolica della maggioranza italiana, finora insoddisfatta da partiti senza precisa identità.
La possibile riduzione del nome Pdl (partito con un accento sulla libertà dei liberali) in Popolari, titolo che rappresenta una grande e incompiuta pagina di storia italiana, può segnare l'inizio dell'uscita dei cattolici dai partiti dei mezzi pensieri e delle parole dimezzate.
mercoledì 5 gennaio 2011
Mazzoni: il ministero deve intervenire!
Il segretario provinciale di Stella e Corona: “Assurdo che servano rinforzi per portare i detenuti in tribunale”
LUCCA – Sui problemi relativi alle traduzioni in tribunale dei detenuti e su cui pesa soprattutto la carenza dell’organico della polizia penitenziaria interviene anche Mauro Mazzoni, segretario provinciale di Stella e Corona che chiede interventi urgenti a livelli istituzionale per cercare di trovare delle soluzioni adeguate al problema, che pure è solo una parte dell’emergenza complessiva alla casa circondariale di Lucca.
“Mi piacerebbe – sottolinea Mazzoni – poter leggere sui giornali la mattina finalmente la buona notizia che riguardi il carcere San Giorgio. E invece ormai accade sempre più spesso il contrario. La penitenziaria è sotto organico, come riportato dai giornali, ci sono stati pensionamenti e non più assunzioni, e il personale di polizia penitenziaria fa turni forzati e straordinari che sono diventati ormai la norma per coprire i turni. La cosa va risolta: è infatti un fatto assurdo che il tribunale si trovi a 150 metri e che per le scorte di traduzione ci si debba servire di personale che arriva addirittura da Siena. Quelli che vengono da Siena – chiede Mazzoni – vengono tolti dal loro regolare servizio e creano dunque carenze di organico a Siena? Una volta per sempre il Ministero di Grazie e Giustizia intervenga. Ormai non passa giorno che i disagi del carcere non siano sui quotidiani”. (c.r.)
Data: 05/01/2010 Fonte: Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia
LUCCA – Sui problemi relativi alle traduzioni in tribunale dei detenuti e su cui pesa soprattutto la carenza dell’organico della polizia penitenziaria interviene anche Mauro Mazzoni, segretario provinciale di Stella e Corona che chiede interventi urgenti a livelli istituzionale per cercare di trovare delle soluzioni adeguate al problema, che pure è solo una parte dell’emergenza complessiva alla casa circondariale di Lucca.
“Mi piacerebbe – sottolinea Mazzoni – poter leggere sui giornali la mattina finalmente la buona notizia che riguardi il carcere San Giorgio. E invece ormai accade sempre più spesso il contrario. La penitenziaria è sotto organico, come riportato dai giornali, ci sono stati pensionamenti e non più assunzioni, e il personale di polizia penitenziaria fa turni forzati e straordinari che sono diventati ormai la norma per coprire i turni. La cosa va risolta: è infatti un fatto assurdo che il tribunale si trovi a 150 metri e che per le scorte di traduzione ci si debba servire di personale che arriva addirittura da Siena. Quelli che vengono da Siena – chiede Mazzoni – vengono tolti dal loro regolare servizio e creano dunque carenze di organico a Siena? Una volta per sempre il Ministero di Grazie e Giustizia intervenga. Ormai non passa giorno che i disagi del carcere non siano sui quotidiani”. (c.r.)
Data: 05/01/2010 Fonte: Il Nuovo Corriere di Lucca e Versilia
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