martedì 21 dicembre 2010

La morte delle due gemelle iraniane riporta in primo piano gli interrogativi morali che si accompagnano agli interventi per separare fratelli siamesi. Problemi di cui è facile dimenticarsi se tutto finisce bene, come quando il 15 maggio del 1965 a Torino l’équipe del professor Luigi Solerio, prima al mondo, separò con successo le gemelle Foglia. Al di là del ben diverso epilogo, si tratta sempre di situazioni assai spinose dal punto di vista morale, nelle quali luci e ombre si rincorrono fino a rendere difficile la definizione della cosa giusta da fare. Difficile, ma non impossibile. Nel caso del tentativo fallito a Singapore, il quadro clinico appare abbastanza chiaro: due giovani, vissute per 29 anni attaccate per una parte del cranio, hanno deciso di tentare la strada dell’intervento chirurgico. Ladan e Laleh non erano in pericolo di vita, mentre operandosi avrebbero avuto, nelle previsioni dei medici, intorno al 50% di possibilità di non farcela. Un rischio tutt’altro che marginale. D'altra parte, le condizioni di vita delle due ragazze rendono moralmente legittima la loro richiesta, che appare intuitivamente ragionevole. Proprio a questo livello si annida, però, un pericoloso equivoco: bisogna stare molto attenti a non dedurre che, allora, la qualità della vita vale di più della vita stessa; e che quindi ci sono anche altre situazioni in cui, piuttosto che convivere con certe menomazioni permanenti, sarebbe legittimo scegliere la morte. E’ bene ricordare che le due giovani siamesi non volevano la morte, la volevano i chirurghi. La loro condizione si può paragonare a quella di quei malati che, per rimuovere le conseguenze di una patologia, si sottopongono a un intervento rischioso, pur non essendo in pericolo di vita. In simili situazioni è lecito operare se i rischi appaiono ragionevoli in proporzione al beneficio sperato dall’intervento. Pensiamo al caso di una delicata operazione di plastica facciale per restituire un volto alla vittima di un grave incidente stradale. Ma l'aspetto più importante nella vicenda delle gemelle iraniane è che non sia stata pianificata la morte dell’una per salvare l'altra. Purtroppo, questa ipotesi si è verificata qualche anno fa, in Italia: nell’intervento per separare due gemelline peruviane, i medici avevano deciso in modo premeditato che era necessario sacrificare una bambina per far sopravvivere l’altra. Le gemelle morirono entrambe. A queste condizioni, l’intervento sarebbe illecito, perché  i chirurghi, pure in vista di un bene - la separazione - avrebbero dovuto commettere un male volontario. Un altro aspetto problematico in questo tipo di interventi è il rischio di una certa spettacolarizzazione della medicina, unita alla sproporzione dei mezzi utilizzati: 3 giorni di operazione, 29 medici, 100 infermieri. In simili situazioni, ai chirurghi è richiesta una riserva supplementare di deontologia ippocratica, per non cedere alle sirene della celebrità, e alla voglia di operare a tutti i costi, magari “gonfiando” le probabilità di successo. La lezione più positiva di questa storia si trova, però, altrove: nel fatto che l’opinione pubblica mondiale per alcuni giorni ha guardato a queste due gemelle siamesi con la simpatia e il trasporto che si riserva agli esseri umani. Il mondo si è appassionato a Laden e Laleh perché in loro ha riconosciuto due persone, capaci di cogliere risultati eccellenti in una vita tutta in salita, fin dal principio. Una banalità? Non direi, se pensiamo che oggi molti gemelli siamesi non vengono neppure fatti nascere, attraverso un uso eugenetico della diagnostica prenatale. Contraddizione stridente di un mondo che trova risorse straordinarie per le siamesi da prima pagina, e poi nega la vita a due esseri umani che si trovano nelle medesime condizioni cliniche, nella fase prenatale. Nessuno oggi direbbe che Laden e Laleh hanno vissuto invano, che la loro vita è stata inutile, e che sarebbe stato meglio per loro non essere mai nate. Ricordiamoci di questa storia, ogni volta che ci viene voglia di stabilire a priori quali vite saranno felici o infelici, secondo criteri di giudizio e astratte teorie che queste due ragazze iraniane hanno smentito con la loro vita.

                                                                                                                                            Mario Palmaro
Filosofo del diritto, Facoltà di Bioetica UPRA di Roma


Fonte:    http://www.portaledibioetica.it/volont.html                                                                                                                                         

Maestro di Buon Umore

Don José Luis Soria conobbe san Josemaría nel 1953. Medico, fu ordinato sacerdote nel 1956 e da quel momento, fino all'ultimo giorno che san Josemaría trascorse sulla terra, visse al suo fianco, a Roma. Attualmente svolge il suo lavoro sacerdotale in Canada.

14 dicembre 2010
www.josemariaescriva.info

Lei considera uno dei tratti più caratteristici della personalità di san Josemaría il suo buon umore, al punto di aver scritto un libro dal titolo: Maestro di buon umore. Come si manifestava questo aspetto? 

Effettivamente nel libro rilevo essere questa – a mio giudizio - una caratteristica della personalità di san Josemaría. Da una lato, c’era il suo atteggiamento ottimista e sorridente di fronte alla vita, il che dava un tono attraente e positivo al suo modo di fare. È ciò che propriamente si può chiamare il suo buon umore, la sua allegria. Era una conseguenza del suo temperamento, rafforzata dal modo sincero e convinto con cui sapeva di essere figlio di Dio.

Dall’altro lato, c’era la prontezza con cui era solito rispondere a un interlocutore con un commento scherzoso o simpatico. Ciò indica anche un senso dell’umorismo particolare e sviluppato, qualcosa di più della semplice allegria. Assomiglia a ciò che gli inglesi chiamano wit, cioè la capacità di percepire rapidamente ciò che è incongruo, ambiguo o indelicato, e di reagire con una frase o espressione inaspettata e divertente. In questo san Josemaría era maestro. Quando si stava con lui in una atmosfera rilassata e familiare, era facile sorridere o anche ridere francamente di fronte alle sue uscite piene di umorismo intelligente e affettuoso.


San Josemaría peraltro aveva una forte personalità e un carattere vigoroso, diceva le cose con molta chiarezza. Questo, a volte, non creava tensioni? Com’era il suo modo di correggere?

Certamente, il suo carattere era vigoroso ed il suo temperamento molto “aragonese”. Era solito dire che questa era una delle ragioni per cui Dio l'aveva scelto come fondatore dell'Opus Dei, in vista degli ostacoli di ogni genere che avrebbe incontrato nel portare avanti l’Opera. Questo faceva sì che, qualche volta, si creassero situazioni di tensione, specialmente se l’interlocutore non conosceva a sufficienza san Josemaría o aveva un temperamento timoroso. Ogni correzione fa male, perché il nostro orgoglio si sente sempre ferito. Ma ricordo soltanto un'occasione, in ventidue anni, in cui san Josemaría mi corresse senza un motivo fondato. Appena se ne rese conto mi chiese scusa e mi manifestò con i fatti che il suo affetto non era diminuito.

Direi che, qualsiasi correzione facesse, era subito accompagnata da un dettaglio comunque affettuoso, anche se insignificante per un osservatore estraneo. Ricordo, per esempio,che, quando qualcuno che lavorava con lui veniva rimproverato durante la mattinata di lavoro, succedeva poi regolarmente che, quando san Josemaría arrivava alla tertulia dopo il pranzo, sorrideva e mostrava una caramella - solamente una - tra il pollice e l'indice della mano destra. Appena lo vedevamo arrivare così, sapevamo già che era destinata allo stesso che era stato rimproverato. La consegna era accompagnata da uno degli epiteti affettuosi che san Josemaría usava in famiglia: toma, melón; o toma, ladrón: prendi, brigante!


Era amabile la vita vicino a lui? Si può pensare che non sia facile vivere vicino a un santo. Lei cosa dice in proposito?

San Josemaría ripeteva la stessa idea con parole diverse. Ci diceva, comprendendo se stesso, che a volte “per sopportare un santo ce ne vogliono due". Ho sempre interpretato quest'idea come espressione di quanto sia difficile vivere con qualcuno che si crede santo, perché poi le sue manie, difetti o opinioni personali, rischiano di diventare verità assolute e incontestabili. Ma questo non succedeva a san Josemaría, e per due ragioni principali. Primo, perché la sua santità - e perciò la sua umiltà e carità - erano genuine. Ora il Magistero della Chiesa è supremo e definitivo testimone di questo, anche se san Josemaría si definiva un peccatore che ama Gesù Cristo. Secondo, perché praticava un grande amore per la libertà personale, senza imporre dogmi, correggendosi quando si rendeva conto di essersi sbagliato e difendendo caldamente la libertà di cui gode ogni persona nell’Opera.

Infatti, il buon umore non è solo compatibile con la carità, ma può essere una delle sue forme più delicate. Fra i carismi che Dio accordò al Fondatore dell'Opus Dei, ce n’è uno forse poco noto: quello di avvicinare le persone a Dio facendo loro percorrere la strada del buon umore. In Cammino (n. 657) scrisse: La vera virtù non è triste e antipatica, bensì amabilmente allegra, e cercò sempre di vivere così. Era una gioia stargli vicino, anche se non sono mancati momenti in cui la fatica o la malattia si sono fatte notare nella vita in famiglia. Forse sono stati momenti duri, ma sapevamo che erano scogli isolati in un oceano immenso di affetto, pace e felicità.


Come reagiva di fronte a eventi oggettivamente negativi: calunnia, mancanza di fedeltà a Cristo, malattia seria o morte di qualche persona cara?

L’ho visto reagire sempre con grande senso soprannaturale, come un uomo dal cuore grande e di fede autentica. Secondo il tipo di contrarietà, poteva reagire con tristezza se l'evento implicava una mancanza di fedeltà a Cristo, una calunnia o una mancanza di generosità verso Dio. Noi applicavamo la “formula” che ci consigliava sempre: pregare, tacere, sorridere, perdonare. Ricordo il suo dolore e la sua pace, al tempo stesso, quando ricevette il bollettino medico sulla malattia diagnosticata (e di cui poi morì) a José María Hernández Garnica, uno dei primi tre sacerdoti dell'Opus Dei. Mi chiese di spiegargli in dettaglio i contenuti della diagnosi. Eravamo soli nella stanza e quando io cominciai a chiarire il significato della diagnosi e di ciò che si presagiva, san Josemaría cominciò a piangere sconsolatamente. Quando terminai di leggere, mi disse: Perdonami, figlio mio, per il cattivo esempio che ti ho dato, ma così hai visto che anche che il Padre ha cuore. Poi recitò a memoria molto lentamente, assaporandola, l’orazione che aveva scritto nel punto 691 di Cammino: “Sia fatta, si compia, sia lodata ed eternamente esaltata la giustissima e amabilissima Volontà di Dio sopra tutte le cose. Amen. Amen”.


E di fronte alle piccole cose della vita ordinaria, che possono costare molto ed essere fastidiose?

La mia esperienza è che di solito non sembrava che si risentisse per piccoli incidenti: qualche avaria tecnica, un blackout di corrente, o disturbi di salute suoi personali, ecc. Penso che la sua apparente mancanza di reazione fosse in realtà il risultato di un processo soprannaturale in cui entravano l'accettazione della volontà di Dio, la fortezza di fronte alle scomodità e il distacco da aspetti di confort personale. Era consapevole di essere di fronte a una mortificazione passiva e la accettava di buon grado, con il desiderio di santificare le cose piccole e normali, tipico dello spirito dell'Opus Dei.

Le cose andavano diversamente quando nella contrarietà c’era un elemento umano che implicava mancanza di responsabilità, negligenza, pigrizia. La maggior parte delle volte reagiva, anche con energia, per correggere e così aiutare la persona in questione, ma non lo faceva perché ciò che era capitato lo infastidisse, ma perché probabilmente implicava un'offesa del Signore o almeno una mancanza di amore di Dio.


Che cosa della sua esperienza personale nell'Opus Dei, vorrebbe trasmettere a quelli che sono arrivati dopo?

Direi loro di capire bene l'insistenza con cui san Josemaría esortava a completare le Norme di pietà [1] che formano il piano di vita spirituale dei fedeli della Prelatura: fatemi le Norme, ripeteva spesso. Ma è necessario, come insegnò anche Álvaro di Portillo, suo immediato successore a capo dell'Opus Dei, che non sia una mera esecuzione. Con un gioco di parole, don Álvaro spiegava, che il “compimento” non deve essere un “compio e mento”: quasi le facessi soltanto come un dovere da cui liberarmi, ma senza curarne la qualità e i contenuti. San Josemaría diceva che ogni Norma deve essere un vero incontro con Gesù; non un semplice atto di pietà fatto per dovere. Questo è il mio suggerimento: che scoprano il valore santificante di ogni Norma, compiendola con fedeltà, grande amore di Dio e con la massima attenzione possibile. Direi di farle in modo che il livello di presenza di Dio aumenti dopo avere completato una Norma. Così, e solamente così, arriveranno a essere anime contemplative in mezzo al mondo, come è stato san Josemaría.

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[1] Le Norme di pietà cristiana che praticano i fedeli dell'Opus Dei, hanno lo scopo di far loro conoscere, amare e stare sempre più vicini a Cristo. Per esempio, la partecipazione alla Santa Messa, la ricezione frequente della Comunione e del sacramento della Penitenza, la lettura della Sacra Scrittura e di altri testi spirituali, la recita del Rosario, un periodo quotidiano dedicato all’orazione mentale, ecc.

Fonte:  http://www.opusdei.it/art.php?p=40944

domenica 19 dicembre 2010

Corte Europea: non esiste il diritto all'aborto - da ZENIT

Difende il divieto di abortire della Costituzione irlandese



STRASBURGO, venerdì, 17 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha deciso che non c'è un “diritto umano all'aborto” in un caso relativo a una sfida alla Costituzione irlandese.

La Grande Sala del Tribunale europeo ha emesso questo giovedì una sentenza sul caso A, B e C versus Irlanda, sottolineando che il divieto costituzionale irlandese di abortire non viola la Convenzione Europea dei Diritti Umani.

La sfida alla norma irlandese è stata portata in Tribunale nel dicembre scorso da tre donne che affermavano di essere state “costrette” a recarsi all'estero per abortire, sostenendo che in questo modo mettevano in pericolo la propria salute.

Il Tribunale ha deciso che le leggi del Paese non violano la Convenzione Europea dei Diritti Umani, che sottolinea il “diritto al rispetto della vita privata e familiare”.

Il Centro Europeo di Diritto e Giustizia, terza parte in questo caso, ha  lodato il riconoscimento da parte Tribunale del “diritto alla vita del non nato”.

Il direttore del Centro, Grégor Puppinck, ha spiegato a ZENIT la preoccupazione che il Tribunale “riconoscesse il diritto all'aborto” come un “nuovo diritto derivato dall'interpretazione sempre più ampia dell'articolo 8”.

Ad ogni modo, ha aggiunto, “il Tribunale non ha riconosciuto questo diritto”, ma ha “riconosciuto il diritto alla vita del non nato come diritto legittimo”.

Puppinck ha spiegato che “il Tribunale non riconosce il diritto alla vita del non nato come un diritto assoluto, ma come un diritto che deve essere valutato con altri interessi in conflitto, come la salute della madre o altri interessi sociali”.corte strasburgo



Equilibrio di interessi

Gli Stati, ha proseguito, “hanno un ampio margine di apprezzamento nel ponderare questi interessi in conflitto, anche se c'è un vasto consenso pro-aborto nella legisazione europea”.

“Questo è importante – ha riconosciuto –: l'ampio consenso pro-aborto nella legislazione europea non crea alcun nuovo obbligo, come in altri temi dibattuti a livello sociale e morale”.

“In questo modo, uno Stato è libero di fornire un grado molto elevato di protezione del diritto alla vita del bambino non nato”, diritto che “può superare legittimamente altri diritti in conflitto garantiti”.

Secondo Puppinck, “in quanto tale, non esiste un diritto autonomo a sottoporsi a un aborto basato sulla Convenzione”.

Il direttore del Centro Europeo di Diritto e Giustizia ha affermato di non ricordare “alcun caso precedente che riconosca chiaramente un diritto autonomo alla vita del bambino non nato”.

Un comunicato del Centro Europeo di Diritto e Giustizia sottolinea che “l'obiettivo naturale e il dovere dello Stato è quello di difendere la vita della sua popolazione; le persone, quindi, mantengono il diritto di vedere la propria vita difesa dallo Stato”.

“La reciprocità tra i diritti delle persone e il dovere dello Stato nel settore della vita e della sicurezza è tradizionalmente considerata la basa della società pubblica; è inoltre il fondamento dell'autorità e della legittimità statale”, indica.

“L'autorità per prescrivere la difesa del diritto alla vita spetta originariamente allo Stato e si esercita nel contesto della sua sovranità”, conclude.

Spirito cristiano e spirito pagano nell'architettura

di Plinio Corrêa de Oliveira



[Tratto da «Catolicismo», n.7, luglio 1951]





L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) è, senza dubbio, uno dei pilastri del mondo contemporaneo.

Ecco una foto della sua sede centrale a New York: linee imponenti, proporzioni colossali, sfarzo di modernità, che intendono esprimere l’alto incarico dell’organismo.

Tuttavia, nonostante le sue enormi dimensioni, esitiamo dal definirlo un palazzo. Esso è sicuramente immenso, costosissimo, debordante, ma le sue linee sono squadrate come quelle d’una scatola di fiammiferi.

Sono linee monotone, uniformi e dure come quelle d’un carcere. La sua mole è monumentale, ma ombrosa come quella d’un centro della Gestapo o del KGB.

Ogni dettaglio di questo gigantesco ammasso di calcestruzzo, ferro e vetro sembra calcolato per far sentire l’uomo come una formica, un granello di sabbia, un atomo..




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Middelburg è un piccolo paese olandese, con un palazzo comunale costruito nel ‘400 in stile tardo gotico.

Cos’è questo edificioin confronto alla mole dell’ONU? Niente! Eppure, non esitiamo dal definirlo un palazzo. La nobiltà delle suenon ci permetterebbe di definirlo diversamente.

Mera differenza di stili architettonici?

"Lo stile è l’uomo" si dice in letteratura. Lo stile è l’epoca, potremmo dire noi in tema di architettura. Ogni stile è il risultato di un insieme di tendenze, idee, visioni e mentalità.

Molto più scioccante del contrasto fra i due stili architettonici è il contrasto fra le due mentalità, le due epoche, le due culture: l’una cristiana, l’altra neo-pagana.

Fonte:  http://www.atfp.it/biblioteca/articoli-di-plinio-correa-de-oliveira/50-ambienti-costumi-civilta/85-spirito-cristiano-e-spirito-pagano-nellarchitettura.html

sabato 18 dicembre 2010

Economia: le ragioni della crisi sono culturali e morali

CR n.1170 del 11/12/2010


Da tempi non sospetti Gotti Tedeschi è uno dei più strenui avversari della population bomb, la teoria neomalthusiana diffusa verso la fine degli anni ’60 dall’Università di Stanford e dal Massachussets Institute of Technology, e ripresa poco dopo dal Club di Roma attraverso il pamphlet I limiti dello sviluppo. «Si teorizzava che lo sviluppo demografico avrebbe portato migliaia di persone alla fame – ha affermato il presidente IOR –. In particolare l’Asia, secondo queste stime, sarebbe sprofondata nella miseria: a distanza di quarant’anni abbiamo visto come, al contrario, questo continente stia vivendo un boom economico senza precedenti».

La crisi economica è infatti un fenomeno soprattutto europeo e nordamericano: non è un caso che proprio in Occidente la crescita demografica sia prossima allo zero. «L’impatto economico della crisi demografica – ha spiegato Gotti Tedeschi – si spiega nei seguenti termini: se non aumenta la popolazione, l’unica maniera per aumentare il Prodotto Interno Lordo è accrescere i consumi. Il risultato è stato l’indebitamento dei privati e la crescita della spesa pubblica, in modo particolare quella previdenziale, pensionistica e sanitaria, in considerazione dell’aumento degli ultrasessantenni».

Negli ultimi vent’anni l’obiettivo dell’aumento della produttività è stato conseguito in due modi: «investendo in tecnologia, oppure trasferendo all’estero capitali e mezzi di produzione per risparmiare sulla manodopera e, in ultima analisi, sul potere d’acquisto occidentale. In questo modo abbiamo tolto dalla fame i Paesi asiatici ma, non essendosi dato una propria strategia, l’Occidente non è riuscito a prevederne le conseguenze».

Conseguenze che sono state il fallimento di molte banche ed imprese ed «un aumento dell’indebitamento che, solo negli USA, è cresciuto del 96% in dieci anni (1998-2008). È solo grazie all’indebitamento delle famiglie che il PIL è potuto aumentare del 2%. Il debito privato è stato quindi nazionalizzato per salvare le banche». Diverso è invece lo scenario in Europa «dove il debito è per lo più pubblico. In Italia, ad esempio, il debito pubblico è intorno al 33%, mentre quello privato è prossimo allo zero». L’analisi del presidente dello IOR si è poi spostata da una dimensione economica ad una dimensione etica ed antropologica. «Non sono i mezzi economici che vanno incolpati ma l’uso che se ne fa. L’uomo nichilista è di per sé inetto ad utilizzare gli strumenti che ha in mano», ha osservato Gotti Tedeschi.

«L’uomo è fatto di spirito e materia, quindi lo sviluppo non può limitarsi esclusivamente alla sfera materiale, come si è pensato per troppo tempo. L’errore è stato quello di confondere fini e mezzi. Non esistono in sé una “finanza etica” o un “ospedale etico”: è soltanto l’uomo che li rende tali. Stesso discorso per la tecnologia: è l’uomo che deve gestirla, altrimenti avverrà il contrario e questo per l’umanità sarebbe fatale», ha poi concluso l’economista.


Fonte:  http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1451:economia-le-ragioni-della-crisi-sono-culturali-e-morali&catid=153:varie&Itemid=54

L'abolizione del "regime feudale" come specifiche politico della Rivoluzione francese

Giovanni Cantoni

1. Dal 1789, cioè ormai da duecento anni, la ricorrenza del 14 luglio viene ricordata, in Francia e nel mondo, come data significativa di libertà. Infatti, i termini della tesi che sottende il festeggiamento si possono enunciare così: il 14 luglio 1789 una parte del popolo francese ha conquistato la fortezza della Bastiglia, dando la libertà al popolo tutto.
La ricerca storica ha invano acclarato di che qualità fossero i "vincitori della Bastiglia", così come la natura della stessa "presa" e dei soggetti liberati: infatti, benché al "gruppo delle 954 persone che, nel 1790, ricevettero il titolo di "vincitore della Bastiglia"" (1) si debbano aggiungere "senz'altro vagabondi, individui loschi, malviventi che non ebbero motivo di rivendicare il titolo di "vincitori", perché ciò avrebbe potuto metterli alle prese con la polizia" (2); benché, poi, "la sua guarnigione [fosse costituita] di 82 invalides [cioè "invalidi di guerra"], bonari e ben conosciuti nel quartiere Saint-Antoine, [...] rinforzata, il 7 luglio, da un distaccamento di 32 soldati svizzeri" (3), ai quali il governatore, marchese Bernard René Jourdan de Launay, aveva imposto "di giurare "che non avrebbero fatto fuoco e non si sarebbero serviti delle loro armi se non li avessero attaccati"" (4); benché, infine, il 14 luglio 1789 la fortezza racchiudesse soltanto sette detenuti e, di essi, quattro fossero falsari, due pazzi -- uno riteneva di essere Giulio Cesare, san Luigi oppure anche Dio -- e uno sospetto di assassinio e come tale accusato dai suoi stessi familiari (5); nonostante tutto questo, nell'immaginario collettivo si è ormai impressa, in modo apparentemente indelebile, appunto l'immagine di un fatto capace di riassumere mirabilmente tutto l'accadimento rivoluzionario dell'Ottantanove, in quanto rappresenta l'apertura di una prigione, simbolo della monarchia d'Ancien Régime, e l'inizio, in libertà, di un "nuovo ordine". In quest'ottica -- la cui vigenza è facilmente verificabile in chiunque abbia subito la consueta acculturazione nelle scuole non solo francesi e occidentali, ma di tutto il mondo -- si può dire che la cosiddetta "presa della Bastiglia", se è stata risibile e mistificata operazione militare, ha invece rivelato -- e continua a rivelare -- il genio propagandistico di chi ne ha fatto accadimento simbolico di tutto l'episodio rivoluzionario.


2. Se la ricorrenza del 14 luglio 1789 è oggetto di costanti pratiche celebrative, queste pratiche si fanno più intense quando cadono non solo semplici anniversari, ma addirittura centenari. Felicemente, però, accanto alle celebrazioni, si ripropongono anche le contestazioni, le messe in questione critiche. Così, nell'imminenza del secondo centenario della Rivoluzione detta francese, una schiera cospicua di studiosi, accademici e non, ha ripreso il tema sotto le più diverse angolazioni, da diversi punti di vista attaccando questo oppure quel luogo comune, veicolato da storici di parte e calato nella cultura corrente (6). Fra queste reazioni merita particolare attenzione quella di Jean Dumont, autore di un consistente studio su La Révolution française ou les prodiges du sacrilège (7), quindi della sua trascrizione in un pamphlet, in un "breve scritto di carattere polemico" antirivoluzionario, Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789 (8). L'opera dello storico francese merita una menzione particolare in quanto non solo attacca documentatamente aspetti di rilievo della "mitologia" rivoluzionaria, ma -- soprattutto -- perché tenta di rovesciare l'immagine depositata nella cultura collettiva, contrapponendo alla presa della Bastiglia, del 14 luglio 1789, il saccheggio della casa parigina dei Padri Lazzaristi, avvenuta il giorno precedente, il 13 luglio (9). In questo modo, all'immaginario collettivo viene proposto un accadimento che sintetizza in modo adeguato il senso -- secondo Jean Dumont -- della Rivoluzione dell'Ottantanove nella sua totalità, cioè l'anticristianesimo (10).


3. Senza assolutamente discutere la tesi avanzata da Jean Dumont relativamente al significato globale della Rivoluzione francese, mi limito a dire che -- qualunque sia la portata del fatto rivoluzionario dal punto di vista religioso, e non è certo esigua -- la rilevanza politica di tale fatto è enorme. La evidenzia adeguatamente un interprete ottocentesco della Rivoluzione stessa -- ormai divento un classico della storiografia in materia --, Alexis de Tocqueville, secondo cui, addirittura, "la Rivoluzione non è stata fatta, come si è creduto, per distruggere il potere della fede religiosa; ad onta della apparenze, è stata una rivoluzione essenzialmente sociale e politica [...]. Quando la separiamo da quegli incidenti che ne mutarono per breve tempo la fisionomia nei diversi tempi e nei diversi paesi, per considerarla in sé stessa, si vede chiaramente che risultato di questa Rivoluzione fu l'abolizione degli istituti politici che, durante parecchi secoli, avevano regnato in modo esclusivo sulla maggior parte dei popoli europei e che ordinariamente si definiscono come istituti feudali, per sostituirvi un ordine sociale e politico più uniforme e semplice, basato sull'eguaglianza delle condizioni.
"Bastava questo per provocare un'immensa rivoluzione; quelle istituzioni antiche, infatti, non soltanto erano ancora mescolate, e come intrecciate a quasi tutte le leggi religiose e politiche d'Europa, ma avevano anche suggerito una quantità di idee, sentimenti, abitudini, costumi che ad esse aderivano. Fu necessaria una spaventosa convulsione per distruggere ed estrarre di colpo, dal corpo sociale, una parte a cui si collegavano così tutti i suoi organi. Perciò la Rivoluzione parve più grande che non fosse; sembrava che distruggesse tutto, perché quanto distruggeva aveva rapporto con ogni cosa e, in certo modo, faceva corpo con tutto.
"[...] essa ha distrutto interamente, o è in via di distruggere (perché dura ancora), tutto quanto nell'antica società derivava dalle istituzioni aristocratiche e feudali, tutto quanto vi si riallacciava in qualche modo, tutto quanto ne portava, fosse pure minima, l'impronta. Del vecchio mondo, ha conservato solo quanto a tali istituzioni era estraneo, o poteva esistere senza di esse" (11).
Questo mutamento politico-sociale si lega a una data decisamente meno nota del 14 luglio, quella del 4 agosto sempre del 1789 (12). Infatti, nella notte del 4 agosto -- all'inizio di quella sorta di riunione fiume che si protrae unitariamente fino all'11 agosto -- si procede all'abolizione del "regime feudale". Perciò questa data costituisce la puntualizzazione cronologica della specificità politica di tutto l'episodio rivoluzionario in quanto non un istituto nella sua singolarità viene abbattuto, ma un regime nella sua globalità. E, anche se il regime feudale era già stato ampiamente modificato nel corso dei secoli d'Ancien Régime propriamente detto, come in altri casi l'opera compiuta dalla Rivoluzione sanziona con intervento giuridico positivo un processo rivoluzionario talora plurisecolare, dando in questo modo il colpo di grazia a realtà da gran tempo aggredite e tendenzialmente vanificate: "[...] la Rivoluzione è stata tutt'altro che un avvenimento fortuito. Ha colto il mondo alla sprovvista, è vero -- nota sempre Alexis de Tocqueville --; ma è il compimento di un lungo lavorio, la conclusione improvvisa e violenta di un'opera, alla quale avevano lavorato dieci generazioni di uomini. Se non fosse avvenuta, il vecchio edificio sociale sarebbe ugualmente caduto, qui più presto, là più tardi; soltanto, avrebbe continuato a cadere pezzo a pezzo, invece di sprofondare di colpo. La Rivoluzione ha compiuto bruscamente, con uno sforzo convulso e doloroso, senza transizione, senza precauzioni né rigurdi, quanto si sarebbe compiuto a poco a poco, da sé e in molto tempo. Fu questa, la sua azione" (13). Infatti, "meno di un anno dopo l'inizio della Rivoluzione, [il marchese Victor Riqueti di] Mirabeau scriveva segretamente al re:"Confrontate il nuovo stato di cose con l'Antico regime; da questo confronto nascono il conforto e la speranza. Una parte degli atti dell'assemblea nazionale, ed è la parte maggiore, è palesemente favorevole a un Governo monarchico. Non vi sembra nulla essere senza Parlamento, senza paesi di Stato, senza gli Ordini del clero, della nobiltà, dei privilegiati? L'idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l'esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l'autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione"" (14). Perciò l'opera portata a compimento è sentita sia dai protagonisti che dagli apologeti della Rivoluzione come gesto epocale (15).
E tale è, purché si abbia l'avvertenza di assumere il termine "regime feudale" non soltanto con relazione ai beni, al cosiddetto "beneficio", ma anzitutto -- se non soprattutto -- come caratterizzato dalla rilevanza del rapporto personale fra uomini liberi (16), il cui legame va a costituire la "famiglia" in un significato non limitato a quello puramente biologico anche se esemplato su di esso, un significato che appare con straordinaria evidenza dalla storia del termine stesso, che è da famulus (17).
Il presupposto concettuale dell'abolizione del regime feudale si trova sinteticamente ed efficacemente espresso da un attore non secondario dei giorni della Rivoluzione, l'abbé Emmanuel Joseph Siéyès, nel suo scritto -- datato fra la fine del 1788 e l'inizio del 1789 -- dal titolo Qu'est-ce que le Tiers état? Nel sesto capitolo di questo pamphlet vengono esposte due tesi: la prima afferma che la nazione è "l'assemblage des individus", "la messa insieme degli individui" (18), la seconda che merita rappresentanza politica soltanto ciò che accomuna gli uomini e non quanto li differenzia (19). Ebbene, entrambe le tesi -- di cui non pretendo certo di indicare neppur sommariamente tutte le possibili conseguenze, cioè la loro "fecondità negativa" -- collidono con quelle in cui si possono esprimere, nelle loro grandi linee, le strutture portanti del regime feudale, che -- anche nella sua versione "stanca", se non "terminale", d'Ancien Régime -- sente, quando non esplicitamente definisce, la nazione -- cioè la società storica -- come "riunione di famiglie" (20) e non come "somma di individui" e fa della famiglia la cellula della società non soltanto retoricamente oppure sociologicamente, ma anche politicamente (21). Inoltre, l'attenzione alla famiglia -- luogo per eccellenza dei rapporti interpersonali, delle differenze feconde e delle complementarità -- equivale ad attenzione a quanto nell'individuo è non soltanto comune agli altri uomini, ma anche e soprattutto specifico, differenziante, funzionale, e all'esito dell'esplicitazione storica -- e di una storia che supera la vita del singolo e si fa eredità e, quindi, tradizione -- delle sue potenzialità (22).
Dunque, si può dire che nella notte del 4 agosto 1789 viene sancito un radicale mutamento politico, ben più radicale dell'abbattimento dell'istituto monarchico, in quanto positivamente cambia il protagonista della vita politica, che non è più la famiglia, ma l'individuo e per quanto ha in comune con gli altri uomini, cioè l'individuo come parte dell'umanità. E questo mutamento radicale credo si possa ritenere lo specifico politico della Rivoluzione francese: infatti, come la Pseudo-Riforma protestantica ha "cancellato" il sacerdozio ministeriale dalla struttura della società ecclesiastica, la Rivoluzione dell'Ottantanove cancella la famiglia e le differenze interumane come elementi di struttura politicamente rilevanti.
Giovanni Cantoni


Fonte:  http://www.alleanzacattolica.org/temi/rivoluzione_francese/cantonig_1.htm

venerdì 17 dicembre 2010

Economia: la Slovacchia pronta a uscire dall'euro

CR n.1171 del 18/12/2010


«Siamo un Paese troppo piccolo per poter influire sull’operato dell’Unione europea, dobbiamo almeno proteggere i valori creati dai cittadini slovacchi», ha scritto Sulík. «È arrivato il momento che la Slovacchia non continui a fidarsi ciecamente dei dirigenti della zona euro e di preparare un piano b, la reintroduzione della corona», ha precisato il presidente dei deputati slovacchi, evidenziando come il Paese ex comunista abbia dovuto lavorare sodo per riformare l’economia e soddisfare i criteri per entrare nella moneta unica.

«Due anni dopo l’ingresso della Slovacchia nell’euro le regole non sono uguali per tutti, oggi non valgono affatto e il comportamento della commissione Ue è lungi dall’essere responsabile», ha proseguito Sulík, chiedendo anche che i Ventisette assumano i debiti di quelli indebitati. «In questo modo si potrebbe salvare la Grecia e l’Irlanda, forse il Portogallo, mentre sarebbe un azzardo provare a salvare la Spagna», ha concluso Sulík, economista, imprenditore e politico, e fondatore del partito più piccolo della coalizione di centrodestra, Libertà e solidarietà (Sas). Fondato nel 2009, il partito Sas ha ottenuto alle politiche di giugno il 12,1 per cento dei voti.
   
Le altre formazioni della coalizione quadripartita – guidata dal premier Iveta Radičová – sono l’Unione dei cristiani democratici (Sdku), il Movimento dei cristiani democratici (Kdh) e il partito della minoranza magiara Most-Hid. Diversa, invece, l’opinione del ministro delle Finanze, Ivan Mikloš, secondo il quale la Slovacchia deve restare parte dell’eurozona, «anche se ovviamente bisogna essere pronti a ogni evenienza». «Ma adesso – ha concluso – occorre intraprendere tutte le misure necessarie a garantire la sopravvivenza dell’euro».

La Slovacchia, che ha aderito all’Ue nel 2004, è stato il solo Paese dell’eurozona a opporsi al pacchetto di aiuti per la Grecia. Il Governo di Bratislava è stato anche uno dei maggiori sostenitori per la partecipazione del settore privato nel meccanismo di salvataggio Ue: una posizione – rilevano gli analisti economici – molto simile a quella portata avanti da Angela Merkel.
Fonte:  http://www.corrispondenzaromana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1457:economia-la-slovacchia-pronta-a-uscire-dalleuro&catid=153:varie&Itemid=54